domenica 25 gennaio 2026

CAMERETTA VS ESSELUNGA: INVISIBILITA' DELLA TANA (con Petrarca e Kafka)

 

Stanotte ho fatto sogni così strani che mi sono svegliato verso le 05:30 ma non avevo nessuna voglia di appuntarli tanto erano complicati e mi sono riaddormentato per dimenticarli.
ieri sera prima di dormire ho visto il film “Persona” di Ingmar Bergman, ed era pieno di immagini oniriche - sembra un antesignano di David Lynch – è la storia di un'attrice che diventa improvvisamente muta, mentre sta recitando Elettra e viene ricoverata in una clinica molto nordica , linda e perfetta, ma come fosse ancora una camera mentale e in qualche modo una prigione.
Stamattina poi mi sono svegliato verso le 06:30 ho letto qualche inserto culturale , La Lettura e poi Tuttolbri, che apre su Boualem Sansal, lo scrittore algerino perseguitato dal governo del suo paese perché ritenuto un intellettuale scomodo, con la sua critica all'islamismo, che è recentemente diventato cittadino francese, liberato dalla prigione. Oggi viene intervistato su TTL da Cesare Martinetti - intervista che vi consiglio così come vi consiglio di leggere 2084 –
In questa intervista, una cosa che mi ha colpito del suo racconto della prigionia sono alcuni dettagli, magari meno gravi della prigionia in sé: mi colpiva il dettaglio delle sue domande che rivolgeva ai poliziotti, che lo interrogavano, senza risposte.
Mi colpivamo le lettere che lui - alto funzionario di Stato, prima che scrittore - aveva indirizzato scritto al presidente algerino ai ministri. Anche queste senza risposta.
Non avere risposta è una forma di prigione. Lo è anche in casi meno drammatici e quotidiani sebbene importanti perché a volte accade per lavoro: tipo, scrivi per chiedere una cosa ma nessuno ti risponde. Accade anche nella vita quotidiana scrivi all'amministrazione comunale, perfino a quella condominiale e nessuno ti risponde.
Così mi sono alzato sono andato nella mia camera-soggiorno ( nel piccolo bilocale dove abito ci sono solo due stanze in una dormo nell'altra vivo praticamente mangio e lavoro, nel senso che mi guadagno da vivere con il lavoro giornalistico spesso in remoto e poi faccio tutto il resto dei “lavori” che come tutti i “lavori culturali” sono pagati poco, ma anche niente.
(PS Io mi sforzo sempre di rispondere anche solo un no grazie mi dispiace non posso qualche volta mi sfuggono delle mail e mi accorgo di non aver dato risposta altre volte pochissime non so che dire questo effettivamente accade ma nella maggior parte dei casi rispondo)
Insomma, tornando a stamattina: ho guardato la camera- soggiorno e mi sono sentito in prigione. Aevo finito di lavorare alle 22 in casa poi ho guardato il film sempre nella stessa camera poi sono andato a dormire e quando mi sono svegliato per rientrare nella stessa cameretta ho sentito la prigionia.
“o cameretta che già fosti un porto/ alle gran tempeste mie diurne/ fonte se’ or di lagrime notturne/ ch’ ‘l dì celate per vergogna porto”.
Restano sempre attuali le parole questi versi di Francesco Petrarca ed è strano che scritti probabilmente nel 1326 negli anni del Canzoniere, siano così veri ed attuali 700 anni dopo.
Anche io come scrive più avanti nel sonoetto Petrarca , guardando la mia cameretta sentendomi in prigione ho cercato la gente “per mio rifugio” scrive Petrarca, impaurito di restare da solo. E sono uscito.
(PS: da Petrarca a Bergman sappiamo tutto della nostra anima della nostra psiche eppure rimaniamo sempre gli stessi).
(Bergman ha scritto persona e lo ha realizzato nel 1960 sono passati 60 anni e l'età di una persona. Elizabeth Vogler il personaggio interpretato magnificamente da Liv Ullmann, non parla con nessuno non vuole più parlare con nessuno. Non parlare: ogni tanto mi accorgo che passano due a volte tre giorni e non ho parlato con nessuno -magari ho scritto messaggi però non ho parlato certamente non ho parlato con nessuno in presenza di persona)
E allora, dicevo sono uscito.
Sono sceso verso la gente come Petrarca e sono andato a prendere un caffè al bad dell’Esselunga il mio “porto” ormai, il mio rifugio. E’ mattina presto c'è un cielo basso e grigio non piove più e c'è anche la nebbia, il mercato sotto casa sta aprendo, brillano solo le lampadine bianche, appese agli ombrelloni. Sembrano delle lampare in un mare grigio.
Intorno all'esselunga arrivano sparsi alcuni cosiddetti “invisibili”, senza dimora: c'è un uomo un
africano di una sessantina d'anni con lo zaino una piccola sedia, si sta togliendo la giacca pesante c'è un altro ragazzo alto, lo sento quando passa è straniero, parla da solo. Tira fuori dei pantaloni da un valigione e va a cambiarsi nel bagno dell’Esselunga - tutti questi invisibili sono qui per questo.
Anni fa, mi raccontavano le loro mappe dei servizi nella città, molti senza dimora: erano gli anni di quando me ne sono occupato come volontario. Poi ho smesso, c'erano delle ragioni di superficie diciamo di natura organizzativa e culturale politica forse di approccio umanitario, non condividevo più alcune scelte. Anche se amavo quella possibilità umana di incontro.
Ma come in tanti amori c’erano dei non detti. C'era anche un sottofondo inconscio, come in tutti lgi amori. E che riguarda proprio questa condizione di solitudine, di orfanità dal mondo e che tocca e toccava me, toccava corde profondissime. La sparizione è stato sempre un tema che mi ha stimolato coi suoi fantasmi con l'immaginazione dell'essere nessuno della rinuncia alla soggettività. Anche come poeta. Non scrivo più nelle poesie la parola “io”, ma come ne “La tana” di Kafka, qui in questi pezzi pubblici uso la prima persona.
Queste persone vaganti, senza fissa dimora, non parlano spesso rispondono poco non parlano con nessuno per evidenti motivi ma spesso quando anche chiedevamo loro qualcosa avevano ritrosia.
A proposito di non parlare più, ma su un altro piano: Ricordo una sera mandai, mentre ero uscito con l'unità dei volontari, un messaggio con una foto del pulmino a una persona con cui “l'amore” chiamiamolo così con la sua parola generale e generica, era stato un disastro una sconfitta su tutti i fronti. Scrissi in maniera un po’ enfatica “sto cercando di imparare ad amare”. Poi non è accaduto in realtà, c'è voluta molta analisi per capire meglio.
La persona a cui ho mandato il messaggio, anche lì, non ha risposto. Non ha risposto il giorno dopo, non ha risposto per giorni. Poi mi sono accorto che mi aveva bloccato dal telefono, da whatsapp dai social, solite cose.
Dopo qualche mese ho lasciato l'associazione di volontariato. Ancora sconfitte. Non ci sono state parole, mi sono rinchiuso in un silenzio. Il pozzo psicologico in cui ero entrato somigliava a una prigione.
Stavo sfiorando le possibili “vie d'uscita”, si potevo chiamarle anche così, ma era un'illusione - era in realtà una “via d'entrata”, dentro quella prigionia di labirinto, di tana. La stessa prigionia che diventa paradossalmente libertà nel non avere più dimora si è scelta naturalmente (perché gran parte in realtà non lo sceglie però anche chi non lo sceglie e si lascia in quella condizione non vuole tornare indietro una volta che è in strada).
non sono pochi quelli che pensano che in quella condizione non essendo più nessuno (o essendo quel “nessuno”) non essendo più “persona” possa aver lasciato indietro e abbandonato tutte le maschere che fanno “la persona” che siamo.
Come l'attrice di Bergman ha fatto abbandonando il teatro e abbandonando anche se stessa nel mutismo (ricordo che persona in latino vuol dire “Maschera teatrale” tra gli studiosi di etimologia si è concordi nel dire che potrebbe derivare dall'etrusco”phersu” che significa personaggio teatrale)-
Liberarsi della persona per Carl Gustav Jung significa mettersi finalmente in contatto con “l'ombra” lo stato più profondo, ma anche più autentico di noi stessi. Così stare nell'ombra restare invisibili e una seducente prospettiva di autenticità.
Comporta però il sacrificio di non parlare più e non soltanto anche non avere più risposte non avere più nessuno che ti parla. Stare così tanto all'aperto da far diventare il mondo una camera mentale, un teatro di illusioni da cui però standone fuori ci si libera. IN realtà si sta dentro. Tana/prigione.
Quando Franz Kafka sta per troncare ogni rapporto con la fidanzata Felice Bauer le scrive che non si può essere mai abbastanza soli quando si scrive, che non c'è mai troppo silenzio e le scrive di immaginare la vita che vorrebbe: cioè abitare nel locale più basso e interno di una cantina.
Avere qualcuno che ti porta da mangiare e la passeggiata tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangiare sarebbe l'unica passeggiata - Mi accorgo rileggendo questo passaggio che spesso durante il giorno anche per me c'è questo movimento tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangio, anche perché poi coincidono.
Sappiamo come è finita tra Franz e Felice. Ci restano le lettere che lui scriveva a lei, ci restano anche delle memorie di lei.
Verso la fine della sua vita più di decennio dopo Kafka finalmente un po’ più sereno, nonostante sia malato, e grazie al rapporto che ha con la giovane Dora Diamant, scrive un racconto, uno dei suoi ultimi, intitolato “La tana”. Più o mento tra il 1923 e l’inizio del 1924.
Nella tana c'è la pace per l'animale protagonista del racconto. che parla insolitamente per Kafka in prima persona, c'è il silenzio e c'è il pieno controllo di questo spazio e lì l'animale sembra felice. Poi accade che sente un rumore, un fischio. Lo sente in qualunque posizione si metta. Lo infastidisce, lo angoscia questo rumore. Si chiede da dove arrivi se sia un tubo una fessura e poi immagina: “ e se fosse un nemico? Qualcuno dietro la porta?”.
la cosa curiosa è che anche io da un po di mesi sento un fischio, la mattina presto quando sono nel letto, quando dopo la sveglia verso le 6.00 resto sospeso tra la veglia e il sonno. Il fischio viene da fuori.
All’inizio aprivo la finestra per capire da dove venisse. Ero molto infastidito e angosciato da questo rumore. Tutti i rumori cosi mi angosciano, mi fanno rabbia. Tendevo l'orecchio per capire la direzione, ma mi sembrava “ovunque” come Dio, Un fischio divino. Poi un giorno per caso scendendo presto, mi sono accorto che veniva dalla cantina, dal basamento dalla cantina del mio palazzo : era la caldaia del mio condominio.
Così ho scritto all'amministratore ma non ha risposto. Ho scritto ancora e non ha risposto. Dovrò telefonare certo però un po’ mi spiace rompere questa piccola sospensione kafkiana.
Come lo scrittore praghese - è l'unica cosa che ci accomuna - anche io odio massimamente qualsiasi rumore che disturbi l'equilibrio o di un silenzio o di una situazione sospesa il peggio di me lo do al cinema quando zittisco i parlatori e i masticatori.
Poco prima di conoscere Dora, Kafka aveva scritto a Max Brod nel 1922: “Se non scrivo è perché non ho fiducia nelle parole scrive Kafka nella lettera voglio condividere il mio cuore con le persone non con dei fantasmi che giocano con le parole”.
Poi conoscerà Dora dopo pochi mesi e con lei sentirà possibile quell'apertura e la condivisione del cuore.
Lui ha quarant'anni lei 24, fanno sogni pazzi tipici degli innamorati vogliono partire per la Palestina. Dora e un'esperta di Talmud, è sionista come anche Kafka. Vogliono aprire un ristorante. Dora è negata per la cucina e addirittura Kafka dice che farà il cameriere. Possiamo imamginaro, dinoccolato alto e impacciato come era. Quasi un Buster Keaton.
Non accadrà: Kafka si aggrava e muore tra le braccia di Dora nel giugno del 1924. Insieme e per volontà di Kafka, avevano bruciato in un secchio alcuni racconti dello scrittore.
È molto nota la storia del Kafka che scrive a Max Brod chiedendo di bruciare gli inediti. Brod non lo farà e nemmeno Dora, quel racconto “la tana” si salva e si salva anche l'ultimo “Giuseppina la cantante”. Sappiamo questo perché Dora vivrà fino al 1952, in parte in Israele poi sarà sepolta a Londra - tuttavia le lettere che si scrissero in quel periodo come altre carte vennero sequestrate dalla Gestapo e probabilmente distrutte.
Secondo Pietro Citati l'animale del racconto “la tana” è una “perfida auto caricatura” di Kafka stesso, che si ritrae dunque come “ celibe egoista, astuto, vorace, misantropo, narcisista”.
E che sempre secondo citati aveva costruito questa idea del racconto “la tana” già ai tempi di felice si era costruita “la tana”. Il titolo tedesco è “Der Bau” – e cosa curiosa e che “Bauer” il cognome di Felice porta questa parola nella radice.
Altrettanto singolare, Walter Gropius in Germania, dove pure Kafka ora abitava, in quei primi anni 20 stava fondando la “Bauhaus “ nome che deriva dal tedesco medievale “ bauHutte” che significa capanna dei muratori. Cioè coloro che costruiscono la tua bella e grande” casa” sono però costretti a vivere in una capanna. Mi sembra già anche questa una metafora kafkiana.
Sempre secondo Citati “La tana” ha il significato della divisione netta che c'era in Kafka tra mondo interno e mondo esterno : “fuori dalla tana sta il tempo finito, dentro la tana quello infinito. Fuori dalla tana c'è la luce, dentro la tana le tenebre, la sola cosa che l'animale del racconto e Kafka medesimo vogliono esplorare” scrive Citati.
Ancora l'ombra la verità l'autenticità che si trova dove non si è visti là dove si può sparire.
Scrivendo “La tana” però e nonostante l'amore di Dora e per Dora sia sincero e vero, e nonostante quel che scrisse a Brod, di non voler più praticare la scrittura, Kafka scrisse ancora e proprio questo racconto. Che è uno dei suoi ultimi, non finito.
In un passaggio, dando voce all'animale, Kafka sembra descrivere la sua condanna definitiva: rimanere con i fantasmi, esplorare le tenebre, condanna che chiunque voglia scrivere davvero non può che fare propria, non può che desiderare d’averla già-scritta. con la punta di un coltello, sulla schiena, e sentendo il dolore della scrittura-ferita. Non potendone leggere le parole e pure eseguendo la condanna, diventando giudice di sé stessi. Anche rinunciando all’Io. Forse proprio rinunciando.
In un passaggio de “La tana” l’animale-Kafka scrive:
“ho il privilegio non solo di vedere fantasmi notturni nell'impotenza del sonno ma di affrontarli nella realtà con tutto il vigore della veglia e con pacata facoltà di giudizio”.

martedì 30 dicembre 2025

TROPPO ANGELICO ORMAI PER LA NOSTRA POST UMANITA' (Firzenze, Palazzo Strozzi, Mostra "Beato Angelico")


Guardando la mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, con i quadri di Beato Angelico ho avuto una strana sensazione, più intuitiva che critica. Del resto non so quasi nulla di concreto del frate-pittore, se non le poche cose che si sanno andando per musei.
 Avevo l'impressione però che fossimo tutti appartenenti a un altro mondo, noi spettatori, osservatori, visitatori della mostra. Non c'entra soltanto il fatto che fosse affollata, dentro un palazzo Strozzi che è inadeguato per  mostre di questo genere -  si accumulano quadri troppo vicini, in stanze piccole,  ci si ostina a volerle fare in sedi non adeguate, del resto abbiamo dei musei che sono essi stessi “da museo” (e non abbiamo i Pinault, che restaurano acquistano ex-edifici pubblici per farci sedi di mostre – noi abbiamo le Poste le abbaimo vendute a Starbucks – stessa inadeguatezza per la mostra di Caravaggio a palazzo Barberini)
Ma al di là di questo, al di là dell’overbooking e overtourism, al di là del fatto eravamo tutti da “aldilà” (l’80% over 60, di cui quasi tutti intorno agli 80 anni, i pochi al di sotto dei 60 e anche lì maturi, max  quarantenni) )  ma anche per questo perché la sensazione della vecchiaia dava l’idea che fossimo tutti una post- umanità di transizione, gente che slittava tra la vita e la morte. E non era soltanto perché per arrivarci bisognava attraversare quel chilometro da Santa Maria Novella dove Firenze non c'è più, ormai è completamente avvolta da una nube tossica di umani affollati, ho incontrato una comitiva di americani, forse venivano dalle crociere. Ma non esagero, saranno Stati 1000, 1000 in una sola colonna con le guide tutti compatti come una manifestazione, di americani, appunto, che già da soli la gran parte di loro occupava ognuno lo spazio di due persone. E di fronte alle eteree figure di Beato Angelico..
Ma non era soltanto questo, e forse era anche questo, la sensazione era che noi fossimo una umanità post storica. Non solo di un'altra epoca rispetto a Beato Angelico, al 400 fiorentino, che è evidente, ma non più in grado di poterne apprezzare la bellezza. Ma lo dico per primo, non perché mi senta snob verso gli altri. C’era anche qualche simpatico professore che spiegava alle teste bianche intono a lui ui tanti significati stratificati, si si possono sapere , ma non si possono più introiettare e intuire come ancora nostri.
Il ceto medio riflessivo, che diciamo “sopravvive” in tutti i sensi. Si attacca alla vita. Ma non è per questo, lo direi se anche alla mostra fossi stato da solo, anche se vicino a me ci fosse stato di Didi-Hubermann, a spiegarmi Beato Angelico, perché una volta spiegato mi sarebbe stato impossibile capire. E penso riguardi tutti, Lo capivi da come interagivano, come se fosse una mostra qualsiasi (ho scoperto che gli anziani con i cellulari che fanno foto a manetta,  sono molto più molesti dei quindicenni) Ci è impossibile entrare in sintonia con un'umanità come quella del Beato Angelico, un sapere, una concezione della materia pittorica. Fino all'altro ieri abbiamo pensato, sperato, ci siamo illusi di avere le radici in quell'oro, in quel rosa, in quei colori. E in quella posa di luce che veniva da un altro mondo, in senso anche planetario, è come se venisse veramente da un altro pianeta. Ho avuto la sensazione di fronte ai quadri di Beato Angelico e di essere io l'alieno che apre il Voyager e dentro ci trova il disegno di Leonardo da Vinci. Come se mi trovassi di fronte da Alieno a un codice di alieni,  distanze irrevocabile ormai, in cui non possiamo neanche illuderci di aver visto il nostro grande passato. Peggio ancora se ci illudiamo di aver visto in mostra il nostro grande passato “europeo”. Proprio il fatto di vederlo tutti assieme, questa specie di RSA dell'anima in gita culturale, morente. Mi ha dato proprio quella sensazione. Definitiva finitudine della nostra cultura. Che ammutolisce, certo di fronte a tanta bellezza. Ma ammutolisce perché non ha più i codici per poter capire intimamente quella stessa bellezza. Non perché inesperta o ignorante. Perché ormai siamo un altro pianeta. E’ una questione che ha anche fare con la metafisica più che con l’overtourism, anche se il secondo dipende dalla fine della prima.



mercoledì 17 dicembre 2025

TEATRO, PREMI UBU E UNA MOLTO BUONA ANNATA, SPESSO OTTIMA. (Nonostante difficoltà, tagli e incapacità istituzionali)

 


Il teatro gode di ottima salute creativa, per affrontare il mare in tempesta di risorse economiche ridotte e di una costante avversione istituzionale nei confronti del mondo della cultura. Lo dimostra la serata finale dei Premi Ubu per Franco Quadri, per le migliori realizzazioni in tutti i settori della produzione e invenzione teatrale. Qualità, ricchezza plurale di moltissime candidature oltre che dei premiati.
I settantasette referendari – tra cui è anche chi scrive – hanno portato rose di candidati che si sono contesi, spesso per pochi voti, il premio finale (è stato spesso difficile decidere ). È un buon segno, in fondo.
ho messo i link ai pezzi che ho scritto, metto dove ci sono anche le date prossime. Approfittate, è stata una buona annata.

Ha vinto come migliore spettacolo italiano  A place of safety del collettivo Kepler 452, ideato scritto (con candidatura al miglior testo) e diretto da Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, frutto di una esperienza a bordo di una nave di soccorso con Emergency e Sea-Watch portando in scena operatori e volontari con i loro racconti. Lo spettacolo sarà dal 27 dicembre fino all’11 gennaio 2026 sarà al Piccolo Teatro di Milano. Poi dal 5 all'8 marzo a Blogna Arena del Sole. 
Molto valido anche l’altro spettacolo candidato al premio principale,  La vegetariana,  che ha vinto anche per la  “Migliore scenografia” a Daniele Spanò e il “Miglior disegno luci” a Giulia Pastore. La regia è di Daria Deflorian (candidata in questa categoria)  che ha adattato – insieme a Francesca Marciano – il romanzo di Hang Kang . La vegetariana sarà a Milano: 10-19 aprile 2026 (Piccolo Teatro di Milano).Cesena: 28-29 aprile 2026 (Teatro Bonci).Roma: 19-24 maggio 2026 (Teatro Vascello).

La riscrittura drammaturgica del romanzo della premio Nobel coreana era in lizza per la nuova categoria di premi, per “Miglior testo non originale” (dedicato a riscritture e/o adattamenti, vista la presenza di molti spettacoli tratti da opere narrative) che è andato  a “Altri Libertini” dai racconti di Per Vittorio Tondelli con la regia di Licia Lanera. Sarà a torino al T Gobetti Dal 10/02/2026 al 15/02/2026 - di Tondelli bisognerà parlare ancora in questo paese che dimentica troppo in fretta i suoi grandi autori.

Candidato a miglior spettacolo era anche Capitolo Due di Neil Simon, raffinato e originale nel ridefinire l’uso del comico, grazie a una regia sapiente di Massimiliano Civica che ha vinto l’Ubu per la “Migliore regia”. Teatro Fabbricone di Prato (19-22 febbraio 2026) e al Teatro Bonci di Cesena (21-22 marzo 2026)

Personalmente non seguo molto la danza, per una scelta di competenze ed economia di tempo, pur apprezzando alcune opere, quando sono capaci di ibridare molti teatro, danza e altri linguaggi artistici. E tra questi c’è sicuramente “Asteroide” di e con Marco D’Agostin, che intreccia amori, catastrofi, dinosauri estinzione e scienza un impossibile musical. One man show per uno dei grandi talenti della performance italiana. 12 marzo 2026, Teatro Camploy, Verona (IT), 26 marzo Teatro della Tosse, Genova , 10 maggio Teatro Palladium, Roma (IT), 16 maggio CSS, Udine.
Se tra gli attori candidati c’erano due ottimi interpreti, che sanno mostrare versatilità e raffinatezza come Aldo Ottobrino (per Capitolo Due) e Gabriele Portoghese (per La vegetariana) ha vinto come miglior attore Davide Enia con il suo “Autoritratto” , aggiudicandosi anche il premio per “Miglior testo italiano”, che – come nella forma di teatro-narrazione a cui ci ha abituato Enia – è un potente e toccate racconto dei giorni in cui l’autore adolescente viveva la stagione della guerra di mafia e dei quotidiani omicidi a Palermo,  negli anni ’80 e che portarono poi agli attentati a Falcone e Borsellino. Savona (SV) Chiabrera06/02/2026;  Faenza (RA)Masini 10/03/2026;  Firenze (FI)  Di Rifredi Dal 12/03/2026 al 13/03/2026;  Pontedera (PI)  Era Dal 14/03/2026 al 15/03/2026;  Monza (MB)  Manzoni 20/03/2026;  Napoli (NA)  San FerdinandoDal 25/03/2026 al 29/03/2026

Va detto che sicuramente la scorsa stagione ha visto protagoniste molte attrici e di grandissimo valore, lo testimonia il fatto che la candidature erano quattro, per via di exequo. Brave Sonia Bergamasco (con Elettra), Giuliana De Sio (Cose che so essere vere) e Monica Piseddu (per La vegetariana) ma questo sembra essere il momento magico di Valentina Picello premiata per le interpretazioni di “Anna Cappelli” di A. Ruccello e “La gatta sul tetto che scotta” di T. Williams, apprezzato anche per la regia di Leonardo Lidi, anche egli tra i candidati per questa categoria (Picello è protagonista anceh di “Madri” testo finalista a questi Ubu e scritto da uno dei migliori tra i nuovi drammaturghi taliani, Diego Pleuteri.
“la gatta” sarà : Bari,  Piccinni Dal 17/12/2025 al 21/12/2025;  Trieste (TS)  Politeama Dal 08/01/2026 al 11/01/2026;  Bolzano (BZ)  Comunale Dal 22/01/2026 al 25/01/2026;  Prato (PO)  Metastasio Dal 29/01/2026 al 01/02/2026 ; Reggio Emilia  Ariosto Dal 03/02/2026 al 4/02/2026;  Pordenone  Verdi Dal 06/02/2026 al 08/02/2026 ; Milano  Franco Parenti - Dal 10/02/2026 al 15/02/2026

 Invece il testo,  interpretato (ottimamente) da De Sio, “Things I Know to Be True”  dell’australiano Andrew Bovell ha ricevuto il premio come “Nuovo testo straniero”, in quanto messo in scena da compagnie o artisti italiani (in questo caso con regia e interpretazione di Valerio Binasco). Bovell è un grande autore contemporaneo e sarà presto con un nuovo testo sulle scene italiane.


Per i giovani under 35, la migliore attrice/performer 2025 è Francesca Astrei, mentre il miglior attore/performer è Pietro Giannini, che alle dotti interpretative unisce una solida capacità di scrittura, dimostrata per il suo “La traiettoria calante” un assolo di teatro civile e narrativo che ricostruisce la tragedia del crollo del ponte Morandi, a Genova, città natale di Giannini. Complimenti a loro, anche ai candidati , sono il futuro: Alfonso De Vreese, Niccolò Fettarappa, Giulia Heathfield Di Renzi, Evelina Rosselli (brevissima in "Sdisorè" di Testori, a Maggio al Teatro Fonda di Milano) 

Difficile la scelta per il miglior spettacolo straniero visto in Italia tra “Changes” del tedesco Thomas Ostermeier, che ha vinto, “Lacrima” delal francese Caroline Guiela Nguyen e “Parallax” dell’ungherese Kornél Mundruczó.  Ostermeier sarà a gennaio a Roma all’argentina con il recente “il granchio” da Ibsen 23 e 24 gennaio. Nguyen sarà con il nuovo lavoro “Valentina” al Piccolo di Milano a Maggio.

Infine premi per il “Miglior disegno sonoro” a Vanni Crociani, Giuseppe Franchellucci, Massimo Marches, Mario Perrotta (“Nel blu. Avere tra le braccia tanta felicità” spettacolo su Domenico Modugno e premi speciali a Teatro Akropolis, Mimmo Borrelli, Teatri di Vetro, Teatro dei Venti, Motus mentre il premio “Franco Quadri” assegnato dal direttivo Ubu è andato a Roberta Carlotto e alla rapper e poetessa inglese Kae Tempest, che vedremo. Di lei avevo scritto diverse volte negli anni Dieci, qui un pezzo del 2018 su Robinson https://www.repubblica.it/robinson/2018/09/05/news/kate_tempest_libro_resta_te_stessa-205673751/



Ultimo ma non ultimo, il premio alla carriera a Pippo DelBono regista, autore e attore, CON una ricerca pluridecennale di poesia e spiritualità, col suo teatro apprezzato in tutta Europa, con la sua originalità di scrittura, capace di creare immagini altamente simboliche mescolate a un radicamento alla vita vera (e per decenni insieme all’amico attore e sodale di vita “Bobo” scomparso un anno fa e a cui è dedicato un film appena uscito). Vita e arte che vanno assieme. . Avevo scritto de “Il risveglio” lo scorso anno



TUTTI I PREMIATI 



venerdì 5 dicembre 2025

TUTTO QUELLO CHE RESTA, NON E' (Appunti su "tutto quello che è un uomo" di David Szalay, Adelphi)

 


C'è qualcosa di comico e di assurdo nel fatto che in un'epoca in cui uno dei principali soggetti sotto accusa (CON TANTISSIME RAGIONI SIA CHIARO) è il “maschio bianco etero, occidentale soprattutto europeo”, identità raggiunta da una raffica di condanne che precipitano nel vortice tra accuse generali e le sentenze individuali, che nella sia singolarità riguardano ogni maschio (“ti sei preso il pezzo di toast con il tovagliolo, per primo”) e che ogni “maschio bianco etero occidentale soprattutto europeo” si vede spesso pronunciare davanti, davanti al lui medesimo, proprio a lui singolo maschio, etero, bianco occidentale, soprattutto europeo, nella singolarità eppure:
eppure il romanzo più importante di questo passaggio d’epoca sia proprio un grande romanzo europeo del 2016 che racconta in modo implacabile cosa sia la decadenza di un maschio bianco occidentale etero, europeo., più evidente forse adesso che allora.
Non solo, nessun romanzo, con nessun soggetto altr* sembra ad oggi al pari di questo libro: “Tutto quello che è un uomo” di David Szalay pubblicto nel 2017 da Adelphi, e che ho letto solo ora, dopo averlo pensato per tutto questo tempo, perché dopo questo libro già premiato e finalista in vari premi, è arrivata la recente pubblicazione di “Nella carne” che ha vinto il Booker Prize 2025 e che ora leggerò, senza aspettare.
L’ho finito e penso che “Tutto quello che è un uomo” sia, tra i non molti dei libri degli ultimi anni, un libro che ti resta adosso con tutto quello che resta.
Un libro-para-romanzo, in cui i personaggi sono memorabili, questi Nove uomini maschi etero occidentali europei, che in realtà sono lo stesso (generale) uomo e sono tutti noi (me compreso) nella sua singolarità. Nove racconti (che collegati tra loro fanno un “para-romanzo”): potere della letteratura vera, perché questo è un libro anche sulla letteratura “postrema”.
Sia chiaro nessun orgoglio è possibile, e nessuno può tra noi maschi bianchi etero occidentali anche di una certa età, sbandierare questo libro con identificazione, perché se l'identificazione c'è, essa è pure enorme e al tempo sconquassante, nel suo essere una “non- epica” della vergogna, non-epica della sottrazione.
L'unico che può rivendicare con orgoglio tra noi maschi bianchi etero occidentali in particolare europei è solo David Szalay per averlo scritto.
Può rivendicarlo perché egli è l'autore di un libro , in mezzo a tanta letteratura "a tema", in cui ciò che conta è la "forma" e la struttura di una narrazione e il suo linguaggio, in mezzo a troppi libri che si areano al solo soggetto, alla storia.
Questo è un grande romanzo europeo, perché ritrova le sue caratteristiche per le quali abbiamo amato la letteratura occidentale del ‘900, è un libro che sta sul versante del “non”, di questa particella prepositiva e privativa, che possiamo premettere a tutte le caratteristiche di quella grande letteratura. E pur vero che il versante del negativo è stato proprio il grande terreno dell' “epica immobile” di una paralisi che è cominciata con un Mr. Bloom che vagava a Dublino in un giorno di Marzo.
non ci sarebbe questo romanzo se non ci fosse da un lato la grande letteratura eurpea e inglese, ma soprattutto quella modernista da Joyce a Beckett e Pinter ma anche una certa ironia orientale dell'oriente dell’Europa dell'oltre, mi viene in mente Ionesco tanto per stare nel territorio dell'assurdo, di quel che chiamiamo assurdo ma che è diventato in realtà il normale il naturale perché era giudicato tale, cioè, assurdo in un'epoca in cui ci si credeva ancora ottocenteschi.
i personaggi di Szalay vagano come sonnambuli in una Europa che è diventato un territorio al tempo stesso piatto anonimo grigio nuvoloso deprimente e al tempo stesso e forse però anche per questo, un territorio votato quasi solo alla deambulazione turistica di zombies del divertimento a tutti i costi (Pensa a divertirti) un divertimento che si traduce in un trash del miserevole, dell'ordinario, del decadente, dello squallido.
C'è tantissimo squallore in questa Europa che va da Londra alla Croazia all'Italia, a Cipro passando per la Francia, Le Alpi , sullo sfondo l’ Ungheria. Già l’ungheria: Casualità 2025: Preno Nobel all’ungherese László Krasznahorkai (1954) e Booker prize a David Szalay anglo-canadese, di padre ungherese emigrato nato nel 1974.
Ungheria superstar in letteratura, proprio mentre lUngheria di Orban sta mostrando la sua volontà ferma di uscire dall’EUROPA e di rientrare nell'orbita culturale, ma generica artefatta artificiosa e midcult del “russimo” non paga di aver sofferto lo stalinismo.
(sto leggendo anche “Farsi male” di Lingiardi,ecco agli ungheresi il “Premio masochismo 2025” )

*******************************  da qui riprende da Facebook *******

 che se poi Orban volesse far suo lo slogan di Trump “make Ungheria Great again”  dovrebbe esaltare l'impero austroungarico e tutta quella cultura e letteratura che oggi condannerebbe proprio Orban come una orribile marionetta, come quelle del teatro di Tadeus Kantor, o come i protagonisti di “Le sedie” di Ionesco, tanto epr stare in area “europa orientale”. Strano che Szalay si sia fermato a vivere in Ungheria, quando ha mollato i suoi lavori con grandi aziende e ha deciso di scrivere. MA forse era un buon punto di osservazione  per poter raccontare la miseria del maschilismo europeo,  la povertà quasi pietosa di questa parabola di decadenza dico Europa ma non c'è l'Europa o meglio nel suo non- esserci. nel suo “non essere più l'Europa”  sta il suo “essere L'Europa di oggi per come la ritrae Szalay. L’Eurpa come ammasso di noi, “i particelle elementari” per dirla con il romanzo di Houellebecq, che mi sembra un modello imprescindibile come scrittura per Szalay, che si colloca in quella eredità della disfatta, eredità del dissolvimento di tutte le “illusioni della libertà” della individualità come possesso della propria vita, e con esseri umani maschi etero occidentali che precipitano.

Sono personaggi che spesso nemmeno la ricordano però quell’Europa, adesempio i ragazzi dell’apertura del libro Simon e Ferdinand, non ricordano “l’Europa del Muro” mentre approdano a Berlino sedicenni, non sanno nulla del muro però ricordano Eliot il suo Aprile crudele, il suo “melodioso pessimismo”.

Come loro in “Tutto quello che è un uomo” i  personaggi son “senza un dove”,  senza un dove vorrei essere, senza  un’Europa ridotta a cartoline sbiadite,  a percezioni di un vissuto degenerato, esperito tra i 16 e i  73 anni, con un’unica domanda “che cosa ci faccio qui?” che è una domanda che fu di un di un grande sognatore europeo Bruce Chatwin, che vagava per il mondo nomade, forse con quel tanto di inevitabilmente attitudine esotista, o coloniale, si direbbe oggi, ma che era il tempo stesso il sogno di un progresso, di un'espansione vitale (mentre L'Europa del maschio depresso che piomba nel proprio inghiottimento privativo è proprio l'Europa che ha assorbito in sé, fino a farsi crocifissione,  quell'accusa di soggettivismo, forse superomismo espanso)

L'Europa appare ora a Ferdinand e Simon e i due sedicenni a Berlino come una sequenza di statue bianche di pietra come le vedono in un monumento, che fanno un po’ tutto: molestano donne lottano scrutano l'orizzonte, ma ciascuno congelato in un “gesto di smania oscura”.

E tuttavia in quella smania c'era il bene e c'era il male, ora c’è solo un moto perpeturo e circolare, a vuoto, che anima questo movimento disperso di sonnambuli e zombie in Europa ed è “ pensate a divertirvi”, il motto degli anni ’90 invecchiati mle : “Have fun”

L'Europa come appare sul lugubre Ponte Carlo di Praga,  con le statue annerite e i turisti ciabattoni che si agitano e con Simon che sentenzia che “quel posto è una Disneyland senz'anima” e “ come fa un turista a essere felice sempre a girare sempre senza niente da fare è alla ricerca di qualcosa”.

 ma questa condizione di turisti non è solo la condizione di chi è in vacanza ma è la condizione di chi è “vacante” tutto il tempo, e quel vuoto compone queste brevi vite infelici di turisti della storia.
“Tutto quello che è un uomo” libro fatto di racconti in cui quello che predomina è proprio la struttura della sottrazione, la capacità di saper far parlare il” non detto” nella scrittura,  in questa mancanza in questa frattura e ferita del linguaggio,  in questo impoverimento trasparente, in questo neutro.


Un “neutro” mortale che sta intorno a ciò che è scritto, che non è bianco è semplicemente neutro: c'è la forza stilistica di questo romanzo la sua capacità di comporre con il niente quel qualcosa che continua ad essere la letteratura, come se da questo ungherese di seconda generazione cresciuto nel cuore di un impero che stava decadendo, e nel suo decadere pensò nene di uscire dall’Europa, come ha fatto appunto la Gran Bretagna in cui è cresciuto Szalay,  come se questo non-europeo che non ha un suo dove né in Canada, né in Gran Bretagna né in quell’Ungheria da dove viene suo padre,  che vive un triste passaggio tra la dittatura durante il 900 e l'autoritarismo del ventunesimo secolo diventando quasi un modello mondiale di questa deriva, ci dicesse qualcosa di questa “gloriosa povertà”,  di questa epica della privazione che stiamo vivendo e che Szalay racconta,  in cui in un contesto così bruciato povero di cultura così povero di profondità, con i personaggi che dicono quasi sempre il più delle volte “Okay”  che appunto l'imitazione grottesca del “sì” di Molly Bloom e di Nietzsche,  è come se ci stesse dicendo che quello che ci è rimasto è la cosa più alta, il bene più prezioso dell’Europa e al tempo stesso il più inutile: la letteratura

Che è una cosa che del resto sapevano anche i suoi antenati scrittori i suoi antenati di riferimento, come quel Kafka altro predecessore a cui Szalay  sicuramente guarda e che ci ricorda come “ci sia speranza ma non per noi” il che non significa, come in Leopardi un senso disperato e di negatività infinita ma definita nell’esserci, unica cosa che abbiamo.

Nella “non speranza”  ciò che “resta” è ciò che scorre il grande patrimonio dell'umanità e la sua capacità di percepire che quello che resta è quello che è qui,  fosse anche solo pura materia.
In realtà la materia di cui è fatto “l'uomo” tutto quello che è un uomo è il tempo, che però non esiste se non nella eterna percezione di un impermanenza. Ma proprio il fatto di finire in ogni momento è ciò che “non finisce mai”, e  fosse anche questo “mai” (cosa familiare appunto a Kafka)  una pena infinita, una “condanna”.

Ci dobbiamo collocare dentro questi paradossi così come la nostra materia infinitamente piccola, nelle particelle,  si colloca nei paradossi della fisica quantistica che ci ricorda il nostro essere qualcosa e al tempo stesso non esserlo,  che è proprio della cosa osservata così come dello sguardo dell'osservante. Noi, io, maschio etero biuanco europeo occidentale, di una certa età.

giovedì 20 novembre 2025

CECCHINI E TURISTI DELLA MORTE A SARAJEVO. Una poesia di trent'anni fa e qualche ricordo

 


Tra i cecchini che sparavano a Sarajevo dalle colline uccidendo a caso negli anni della guerra in Bosnia c'erano dei "turisti della morte" persone ricche che pagavano per uccidere, come in "safari della morte". E c'erano, secondo testimonianze - già di qualche anno fa e riproposte in un documentario recente - anche degli italiani.

Ora la procura di Milano indaga su questa possibilità, appunto che alcuni civili italiani abbiano sparato per divertimento contro gli abitanti della capitale bosniaca durante l’assedio tra il 1992 e il 1996.
IN quegli anni io lavoravo a Italia Radio e conducevo una trasmissione del mattino oltre che occuparmi di libri.
Essendo legati all'Unità e al PArtito Democratico, attingevamo ai loro corrispondenti e tra questi Adriano Sofri che fu corrispondente per il quotidiano L'Unità tra il 1993 e il 1995 (nel libro "Lo specchio di Sarajevo" è raccolta quell'esperienza). Non dimenticherò mai alcuni collegamenti in diretta, tra cui uno in cui piansi, dietro il microfono, dopo uno dei due attentati al mercato di Markale, che Sofri testimoniò poco dopo l'esplosione.

L'altro aspetto che colpiva erano i cecchini, era già questo "realismo assurdo" anche se non nuovo nelle guerre - dalla prma guerra mondiale e chi non ricorda la morte assurda in una giornata in cui non succede niente, del romanzo di Eric Maria Remarque?

Ma dalla guerra al turismo per uccidere è l'ingresso in una dimensione su cui - ho usato la categoria dell'assurdo apposta - indaghiamo con ciò che di più profondo abbiamo, l'arte, da un secolo. L'episodio che fa virare Samuel Beckett verso questa poetica e il teatro che sarà definito dall'aggettivo "assurdo" è un accoltellamento casuale per strada da aprte di un senza dimora, che fu rintracciato e che Beckett volle incontrare per sapere il perché e quello rispose, pare, "non lo so".

Sui cecchini di Sarajevo, anche se militari già presenza dell'assurdo, avevo scritto negli anni '90 una poesia. Nella prima edizione in cui è pubblicata conteneva le iniziali di una dedica "a A.S. e E.D.L. " che sentivo in radio e che leggevo da Sarajevo (l'altro è Erri De Luca

Cnservo la memoria dell'assurdo di tutte le guerre, forse anche genealogiche, se penso che mio nonno era stato esposto ai cecchini sul Carso nella Grande Guerra. MA onservo come un dono della vita aver raccolto quei racconti orali della radio da due grandi scrittori.

1,
Per oggi aloni di ammazzati, rimasti ognuno
con la distanza scritta dentro gli occhi
disegnano misero l'oriente delle foreste nude
e i solchi ovunque in aria, a terra tra le fosse, terra
ormai superflua vista in cielo, solo sfondo tra le mani
dei colonnelli d’aeronautica; oggi soltanto piove fuoco
e l’urto di pressione provocherà mal tempo,
mentre la terra si ritrae nel grigio
costretta nel mirino. Di là c'è la fontana
ma il pericolo sarà la grandine di piombo, il fumo delle case.
C'è un uomo con la tanica e solo la sua corsa.
il bollettino è incerto, povero Bernacca,
ecco le tue correnti dai Balcani, nel gelo che si nega
sull’Europa, mio caro colonnello.
domani che sarà? La febbre che si scioglie via dal corpo,
scossa di piuma soffiata, sciame di gocce immobili, domani
che sarà domani, occhio di belva, che sarà,
questa mia vita che sarà? Nella provvista d'acqua
si annuncia solo un passo, mille formiche pazze
e solo una promessa di bersaglio, che sarà .

2.
Come nulla si vede guardando nei tombini
aperti, così cade la vista verso il vuoto,
fuori-campo; sulla cartina Sarajevo è già l’oriente
muto, ma l’emergenza ha invece un suono,
del mondo-shock e inciso obliquo ha tutto
il farfallìo di piccoli bracieri, la fede in nulla
che sia lontano dalla strada e a questo brivido
si arrende; e nella piazza vuota al cielo
lo sguardo asciutto, lontano dai suoi liquidi, dal corpo,
dalle geminazioni e già-marcite
provviste quotidiane, misura nell’ orario
gli anni che non sono stati e il giorno livido
che va da un’alba all’altra, uguale.
Guardo luci a intervalli e penso al viaggio
quello migliore, quello di sola andata,
ma dalla fontana stavolta si ritorna.
3.
(c’è un fiume di fanghiglia, pesantissima,
sommerge, vive e soffoca, nei giorni e anni dopo
arriva nella piazza, è sporca e viva, perché è la melma
degli incendi, si raccoglie come l’acqua passiva nelle conche
tutto raccoglie e sopravvive, cresce tra muffe, bava di batteri
scura della calma, della traccia di una veglia infinita dei cecchini
che aspettano di scoprire da lontano quanto il mondo sarà piccolo.)

(clima sull’Europa, 1992, Correnti dei Balcani)

LA poesia l'ho ripubblicata in "corpi Solubili" del 2023, che chiude un ciclo, Un'era, come dicono i climatologi, le epoche climatiche hanno cicli di trent'anni. LA Storia sta avendo ora gli stessi andamenti del clima, difficilmente prevedibili o forse previsti, a ben leggerla o ricordarla.

A questa poesa ripubblicata ho fatto seguire una nota, che metto alal fine, per spiegare qualceh citazione oggi criptica, in cui tral e altrecose cito la foto di Mario Boccia che ho messo in alto. "La ragazza che corre" si intitolava. Correva dopo aver rimediato qualcosa da mangiare, per sfuggire ai cecchini o ai proiettili sparati dall'artiglieria, magari proprio in un giorno in cui non succedevana "niente di nuovo sul fronte". La foto è bella, è tragica. (anche io guardo la ragazza, aveva qualche anno meno di me, sarà viva? chissà).
Il fotografo raccomtò dopo di essersi sentito "uno sciacallo" (il teleobiettivo accumuna tragicamente cecchini e fotografi e ci parla della responsabilità delle immagini, pure necessarie).

Nota alla poesia

Poesia scritta molti anni fa, durante la Guerra dei Balcani, ispirata dai racconti di Adriano Sofri, Erri de Luca e altri, che ricevevo durante il mio lavoro radiofonico a italia Radio, da Sarajevo, in collegamento telefonico. Era in particolare il periodo tra il 1992 e il 1994. La poesia è stata pubblicata quindici anni dopo, nel 2007 in “Le ore impossibili”. torna, trenta anni dopo, co locata, con lievissime differenze, anch’essa come le prime due in apertura di libro, come scheggia, come traccia di una geologia testuale che si riconnette ad una storica, geologia o climatologia, epoche di progressivo straniamento, turbolenze, sempre come sempre. Scheggia di memoria è anche la citazione del colonnello Edmondo Bernacca
de l’Aeronautica Militare che, per decenni, dal 1957 al 1979 condusse la trasmissione quotidiana de le “Previsioni del tempo” su le reti Rai. tra le sue espressioni, per spiegare alcuni freddi invernali, c’era
anche le “correnti dai Balcani” responsabile de l’abbassamento de le temperature. Sarebbe morto in quel periodo, il 15 settembre 1993. Pochi giorni dopo, il 30 settembre, il fotoreporter Mario Boccia
scatta a Sarajevo una fotografia divenuta iconica “La ragazza che corre”. Gli abitanti della città erano costretti a muoversi di corsa per ogni attività elementare come procurarsi cibo o acqua alle fontane a causa dei cecchini che sparavano dalle colline.
Bernacca, morto da Generale, non vedrà la sua Aeronautica Militare italiana di supporto, pochi anni dopo,
nell’operazione Allied Force, la campagna di attacchi aerei portata avanti dalla NATO per oltre due mesi contro la Repubblica Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević, con l’intento di ricondurre la delegazione serba al tavolo delle trattative. Anche qui, il futuro che ne è seguito, nei giorni di altre guerre in Europa, ci restituiscono il senso delle stagioni della Storia.

martedì 11 marzo 2025

CARAVAGGIO 2025, UN BEL REMAKE, MA L'ORIGINALE RESTA INARRIVABILE

 


Caravaggio ritorna a Roma come una star del cinema, con la mostra “Caravaggio 2025” inaugurata il 7 marzo e che fino al 6 Luglio è ospitata alla Galleria Nazionale Corsini di Palazzo Barberini in coincidenza con l’anno del Giubileo. Curata da Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon, ospita  24 capolavori che oggi è difficile vedere tutti assieme, con alcune primizie assolute arrivate da musei esteri, uniti ovviamente ad opere da sempre a Roma.

 Ecco allora “I bari”, dal Kimbell Art Museum di Forth Worth in Texas, così come “I musici” dal MoMa di New York, o “Santa Caterina”  del Thyssen-Bornemisza di Madrid ( venduto dall’Italia fascista nel ventennio ai loro camerati franchisti)  o “Marta e Maria Maddalena”, da Detroit. Su tutti spicca per novità  – ma certo non il picco del Merisi, in termini pittorici – “Ecce Homo”, dipinto a Napoli, secondo i curatori nel 1060-1609 finito poi in Spagna e ora di proprietà privata, attribuito a Caravaggio solo nel 2021, esposto per la prima volta in Italia. Accanto a queste opere, alcuni dei capolavori da sempre tra Galleria Borghese e la collezione del Palazzo Barberini.
Proprio questo splendido teatro barocco contribuisce all’effetto spettacolare, l’unico posto in ci si può salire ai piani superiori dalla scala disegnata da Bernini e ridiscendere da quella ideata da Borromini.

Caravaggio torna a casa, o meglio nella magione nobiliare di uno dei suoi committenti, ma 
non troverà nulla della Roma popolare che lo aveva ispirato all’arrivo da Milano nel 1592 (in un emigrazione al contrario, dalla Lombardia alla capitale, proprio come faranno Dino Risi o Carlo Emilio Gadda Alberto Arbasino, secoli dopo).
La Roma che forse poteva sopravvivere nei volti, nei corpi, fino agli anni ’50 della sua riscoperta che avvenne  – ancora per citare una rivalità dualistica tra le due capitali, del potere e della moralità – stavolta grazie alla sua città dove era nato nel 1571 e che ospitò 380 anni dopo, nelle sale di Palazzo Reale,  la celeberrima mostra della riscoperta moderna,   “Caravaggio e i caravaggeschi” nel 1951, curata da Roberto Longhi , esposizione imbattibile con i 61 quadri di mano del Merisi medesimo nonché altri 132 della scuola pittorica che a lui guardò una volta che la sua fama deflagrò nei cieli di Roma.
Diciamo che quella Mostra è il leggendario originale, questa di Roma è un remake, ottimo, ma remake di quell’inarrivabile.

Un anno prima, nel gennaio del 1950, un allievo di Longhi, Pier Paolo Pasolini, approda a Roma. Aveva sicuramente assistito nel 1942 ai suoi corsi su Caravaggio, allora poco conosciuto all’università di Bologna.
Ora, arrivando a Roma, la pittura tra Giotto e Caravaggio diventa folgorazione in carne della visione pittorica e che Pasolini poi trasporterà nei corpi e nei volti del suo cinema, dieci anni più tardi, come ha testimoniato la mostra del centenario su Pasolini del 2022, in particolare quella del ramo pittorico del suo lavoro, ospitata proprio a Palazzo Barberini ( “Tutto è santo. Il corpo veggente”) .


Tornando a Caravaggio, la stessa Galleria Corsini e tutto Palazzo Barberini sono casa, lo è ancora di più per il “Maffeo Barberini”, anzi dimora, come fu per il futuro Urbano VIII. Merisi lo dipinge ancora da prelato, (con data incerta tra 1598 e 1607) in un dipinto che Roberto Longhi attribuì a Caravaggio nel 1963  e riconosciuto come tale da tutta la comunità di studiosi, affiancato a un altro “Ritratto di Maffeo Barberini” sulla cui attribuzione si discute ancora. Il confronto e accostamento di opere che altrimenti non sarebbero mai  visibili a distanza così ravvicinata,  è uno dei punti di forza di questa mostra, e che corona il grande sforzo di ricongiungimento di queste “star” (e così come per la mostra del 1951 si mosse anche il cardinal Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI,  è indubbio che anche in questo caso il Vaticano indirettamente ha avuto un peso, se non altro come motivazione e come sforzo - anche economico economico – a cui si unisce anche la finanza di Intesa Sanpaolo).

Se la forza artistica, la rivoluzione di bellezza, l’impatto sociale e religioso di Caravaggio sono ormai evidenti a tutti e le opere parlano da sole e la sua fama pure – la quale va ben oltre le competenze delle centinaia di migliaia di visitatori già previsti per i quattro mesi di durata – si può dire con serenità che questa mostra non scopre nulla, come fece quella di  Longhi del '51,  ma appunto “mostra”, e tuttavia, indubbiamente, è  un bel mostrare.
Mostra infatti l’inimmaginabile oggi, ovvero questi 24 capolavori di Caravaggio tutti assieme e così vicini.

Visto che è la celebrazione dell'arte come ciliegia turistica, va detto che si può certo godere nell’ammirare – oltre che opere troppo lontane come alcune in sperduti musei degli Stati Uniti ora sempre più lontani dall’Europa  – come si sia evoluta la sua pittura. Come rapidamente e forse proprio grazie alla potenza fisica della Roma popolare (idealmente immaginiamo la stessa che colpi altri nordici che calarono secoli dopo),  la potenza pittorica di Caravaggio si impenni subito tra il  “Mondafrutto”  piccolo quadro della Royal Collection londinese dipinto appena arrivato nella città dei papi nel 1596  col giovanotto fruttivendolo, non dissimile dal sé stesso dipinto nel contemporaneo “Autoritratto in veste di Bacco (il bacchino malato”) della Galleria Borghese, anche questo di piccole dimensioni.
Sono opere della sezione “Debutto romano” segnato da una vita iniziale di espedienti, realizzando quadri piccoli da vendere pochi soldi.


Quella traccia di vita che esplode dal basso fu sempre l’origine vulcanica della sua forza di forme e colori e soprattutto di luci e ombre, queste ultime con quella capacità futura di “Ingagliardire gli oscuri”  che sono la seconda sezione e che prende il titolo dalla frase con cui il suo primo biografo Bellori già individua in Caravaggio, la sua capacità di far nascere la luce come dall’interno delle figure, come se estraesse la luce dall’oscurità che contraddistinguerà sempre la sua pittura. Essa si sviluppa a partire dalle prime committenze religiose, grazie al suo protettore e “agente” il Cardinal Del Monte, tra ci furono cui le imponenti tele di San Luigi dei Francesi, che per il visitatore della mostra sono imprescindibili visite complementari (al netto della precondizione che i pellegrini della gran marea giubilare ne permetta agevole visione, pellegrini ben diversi da quegli scalzi e scalcagnati “romei” che stanno inginocchiati da quatto secoli nella chiesa di Sant’Agostino, poco distante dal Senato, con i piedi zozzi in bella evidenza, davanti alla Vergine Maria, che se ne sta con le gambe incrociate da posa di “donna sfacciata” e che offre il Gesù bambino alle preghiere dei due malandati pellegrini, quando il pellegrinaggio non era overturism).

 In questa sezione Sono anche tre quadri che permettono di rivedere una delle modelle preferite di Caravaggio: sia in  Marta e Maria Maddalena, che in Giuditta che decapita Oloferne e nella Santa Catarina d’Alessandria, diversi studi identificherebbero con la cortigiana Fillide Melandroni.
Nella sezione intitolata al “Dramma sacro tra Roma e Napoli” il sangue, la violenza, la paura, sono quelli dei temi dipinti che si mescolano a quelli vissuti dal pittore, omicida di Ranuccio Tomassoni nel 1606 e poi fuggiasco prima verso i feudi Colonna (dove dipinse il capolavoro “La Cena di Emmaus”. IN questo periodo risale il Davide e Golia (ritraendosi come il Davide che decapita, auto-esposizione in cerca di espiazione). Successivamente Caravaggio approda a Napoli, qui oltre al già citato Ecce Homo, dipinge la “Flagellazione” per la cappella di San Domenico Maggiore. Siamo sempre nel suo stile tragico, come “La cattura di Cristo”. Proprio questa dimensione avventurosa viene rimarcata da questa mostra, che possiamo leggere anche come lo “Story board” di un film allegorico in cui episodi drammatici della vita dei santi e di Cristo, diventano  il racconto altrettanto drammatico di una vita personale flagellata dalla violenza commessa, dalla colpa sentita, dal desiderio di luce.

Con una sezione finale, con una citazione novecentesca, beckettiana intitolata al “Finale di Partita” siamo all’epilogo, in cui è proprio la luce protagonista del “Martirio di Sant’Orsola” dipinto nel ritorno a Napoli da Malta, ancora una volta dopo una rissa, da fuggiasco. La luce violenta e geniale è quella che sprizza dai corpi e dalle armature grigio-scure. Allo stremo della vita, riflessa in questa barocca abbacinante oscurità, che sfolgora lame di luce, taglienti quanto le spade e il senso di colpa, Caravaggio, saputo del perdono di Papa Paolo V ( Camillo Borghese) salpa alla volta di Roma. Porta con sé Il “san Giovanni Battista” da donare al cardinale nipote del pontefice e gallerista raffinato, lo Scipione Borghese che ne perpetuò la memoria.

Michelangelo Merisi morirà nel 1610 avvolto dalle sue ombre, sulla via di Roma dove non arrivò mai. Ci arrivo per suo conto solo il San Giovanni,  che fu dato a Scipione, ci arriverà e resterà a Roma per sempre anche la sua gloria, la fama della sua arte che divampa, per poi subire alterne fortune, ma che ora splende per sempre, come i corpi, simulacri eterni del suo stesso corpo mai ritrovato.


Caravaggio era morto per febbri tra le paludi, finì in qualche fossa comune, poi smantellata in era moderna. Nonostante ritrovamenti di ossa, plausibilmente attribuibili al pittore da studi chimici recenti, questa assenza del suo corpo disperso per sempre diviene un contrappasso di colpe mai estinte, ancora più forte il contrasto – come tutto in lui – tra il suo corpo disciolto in terra e sale e quei suoi corpi che - più di qualunque resurrezione vivono per sempre, immortali,  sulle sue tele.

CAMERETTA VS ESSELUNGA: INVISIBILITA' DELLA TANA (con Petrarca e Kafka)

  Stanotte ho fatto sogni così strani che mi sono svegliato verso le 05:30 ma non avevo nessuna voglia di appuntarli tanto erano complicati ...