martedì 5 maggio 2026

LETTERATURA E / O CARTELLE CLINICHE? Appunti su "Lo sbilico" di Alcide Pierantozzi

 


Tempo fa in un post un’autrice ha presentato il suo incontro per una serata letteraria (le famigerate presentazioni tanto discusse negli ultimi tempi) dicendo una cosa interessante: che avrebbe parlato non di un suo libro, ma “delle diagnosi” e del rischio di “fare diagnosi sbagliate”, errore che mette in discussione e in pericolo – spiegava - l'identità della persona a cui si fanno errate diagnosi.
Mi sono chiesto se fosse un incontro letterario.
Le autofiction hanno molte declinazioni e sicuramente una componente è anche l’esposizione, sulla pagina, delle proprie problematiche mediche o mentali.
Non è una novità: raccontare la malattia dal medico Cechov con la sua Corsia n.6 a Thomas Mann del sanatorio sulla Montagna Magica o Incantata che sia, passando per decine di poeti e artisti la malattia fisica (specie polmonare da Keats a Kafka) che psichica (altrettanto la follia, lista lunga da Van Gogh ai giorni nostri) era così diffusa nella quotidianità da essere normalmente parte del racconto.
Tuttavia, ancora negli anni ’20 Virginia Woolf ci rimase male quando il direttore della rivista “The New Criterion” si mostrò freddo verso il saggio che la scrittrice aveva pubblicato dedicato propri a “Letteratura e malattia”.
Quel direttore era T.S. Eliot.
LA freddezza di Eliot e l’entusiasmo di Woolf ci dicono dell’inizio di un cambio di sensibilità “biopolitica” (e la differenza di genere e di corpo, in quel caso, rappresentava già cambi di paradigmi futuri) Woolf scriveva nel saggio qualcosa che oggi suona assodato: “La gente non fa che raccontare le imprese della mente […]. Secondo loro la mente nella sua torre d’avorio ignora il corpo, in particolare quello colpito dalla malattia, la quale dovrebbe essere tema dei romanzi al pari dell’amore e della guerra”.
Non è più solo il racconto di uomini o donne malate (la Traviata o signora delle Camelie per dire) ma il racconto la narrazione e la scrittura finiscono ora direttamente nella “Cartella clinica” perché è in discussione – ma come evoluzione della cultura dei meccanismi dei sistemi di controllo dei corpi sul nostro Bios così indagata per esempio da Foucault – anche la forma del linguaggio, le parole usate dalla medicina per definire la malattia e di riflesso l’identità della persona malata.
Domenica scrsa sul Sole 24 era recensito un libro di poesie di Margherita Rimi, medico neuropsichiatra infantile, “Restitutio ad integrum” il titolo. Libro che intende – scrive chi la recensisce - "infondere forza poetica alle parole della medicina” e cita una poesia intitolata Eziologia e Patogenesi:
«Le poesie non si stampano in serie/«nescinu di l’occhi»/ dal naso/ dalle orecchie// poi/ anche dalla bocca// Quando escono dal cuore/ possono essere aortiche/ toraciche/ o/ addominali// E quando nascono dalla chimica/ è un mondo a parte// Per non metterci poi/ la tattica dell’inconscio/ per diventare conscio/ per scoprirsi identità».
Che a mio avviso è una poesia di rara bruttezza letteraria. Però è un sintomo.
Di recente, in un'intervista sulla stampa Nadia Terranova si è chiesta “può la cartella clinica di un nostro familiare, che sia stato amatissimo o mai conosciuto, diventare l'ossatura per un romanzo”?
Se lo chiedeva perché intervistava Serena Vitale autrice per Sellerio del memoir intitolato proprio “Cartella clinica” in cui ricostruiva la dolorosa vicenda della malattia mentale della sua amata sorella, morta molto giovane.

Se lo chiedeva anche perché la stessa Nadia Terranova ha costruito il suo romanzo finalista allo Strega “Quello che so di te” con la cartella clinica della bisnonna come “oggetto chiave”, nel complesso stratificato intreccio di narrazioni del suo romanzo, pieno di memorie, di genealogie di relazioni dentro l’asse verticale di una famiglia segnata dall'ombra di una possibile “malattia mentale” della bisnonna medesima, che aveva sofferto un pur breve passaggio di ricovero in un manicomio a Messina nel 1928. Il romanzo ha nel ritrovamento della cartella clinica diciamo solo uno degli snodi emotivi e narrativi più importanti e qui la malattia è uno sfondo che però ha generato più proficuamente anche un percorso formale e letterario in cui Terranova serimenta vie alternative di narrazione insieme alla ricerca psico-genealogica, ma è aperta sul tempo e sul mondo intorno.
Diciamo che fino a questo livello, la “cartella cinica” è il testo guida di un’esperienza (sofferenza) dominata dal sistema ospedaliero e medico di un passato ormai superato, che consente di costruire una narrazione molto più ampia, che si intreccia proprio con la grande Storia nel caso di Terranova.
Da quello che ho letto anche Serena Vitale come Terranova si sofferma una storia non propria, ma della sorella, e insieme ricostruisce un mondo, analizza la malattia per come è stata anche fatta la sua narrazione culturale e medica (ma non ho letto questo ultimo di Serena vitale, però avendo letto i suoi libri, capolavori di indagine biografia e romanzesca dedicati a Puskin o Majakovskij, sono certo sulla fiducia del lavoro letterario anche i questo libro che è più biografico).
Tuttavia diverso se invece la cartella clinica o la diagnosi è di fatto “LA” narrazione (che diventa ovviamente una narrazione di sé, tutta interna a quel corpo di cui parlava Virginia Woolf) e anziché far penetrare la letteratura dentro la “cartella” fa il contrario: è la “cartella” che invade la letteratura le cose cambiano e questa “tradizione” di letteratura e malattia evolve. MA in questo caso non a vantaggio della letteratura, a mio avviso .
Mi sto riferendo al nuovo romanzo di Alcide Pierantozzi “Lo sbilico” . Se ne parla parecchio e sono uscito dalla mia pigrizia e l'ho comprato per leggere di questo caso letterario, di cui parlano tutti.
. Lo scrittore dichiara (e poi racconta) la sua ossessione per la lingua, l’attingere dalla poesia, però ci vuole un po’ – 60 pagine – prima che questa attitudine si mostri, ma pesa quello sche scrive nel libro e ripete nelle interviste: “non sono interessato alla letteratura”.
Della ricezione dei lettori, dice nelle interviste, gli interessa soprattutto poter parlare a chi sta vivendo un'esperienza simile, nominando esattamente ciò che si prova (che è però un’auto-diagnosi e Pierantozzi lo premette e lo ripete in nota finale che non è un medico) e si concentra sugli effetti degli psicofarmaci la fenomenologia del corpo e della mente malate.
Una diagnosi indiretta. Se conosciamo la “medicina narrativa” (1) Pierantozzi tenta una sorta di “narrativa medicale”, cioè aspira al referto. E forse aspira al gioco binario di specchi in cui uno (lo scrittore) legge l’altro (il lettore) sullo stesso terreno (testo-diagnosi)? La cosa interessante è che nel libro di Alcide Pierantozzi la cartella clinica effettivamente compare e compare subito nel capitolo intitolato “mi chiamo Alcide Pierantozzi “che prosegue con: “e sono un paziente lucido collaborativo eccetera eccetera”.
Segue appunto l’apparente trascrizione da cartella clinica, che Pierantozzi riscrive, a volte sbeffeggia negli stili (l'annotazione “tre canne die“ ) ma in fondo è questo il punto a cui si àncora: essere il medico di sé stesso che è l’unico modo di non essere quel sé stesso che non riesce a controllare.
Però questo continuo accentrare tutto sul “set” di sé medesimo, i farmaci i sintomi, la scelta dello psicoanalista i dialoghi un po’ artefatti con lo psichiatra, non c’è in gioco la letteratura, ma la diagnosi.
Si mostra la diagnosi come una sorta di codice a barre della propria unicità della propria singolarità, unita al nome: qui Alcide Pierantozzi. (ma non "come tutti" alla Siti, un gigante).
Nuova via dell’autofiction che però è sempre meno letteraria. E’ una rivendicazione identitaria, l’ergo sum. Il libro dell’Es è la cartella clinica. La diagnosi che coincide con una e una sola persona, e per evocare il titolo del primo libro di Pierantozzi: qui l’Uno-malato-Alcide ambisce a essere “uno indiviso” (mentre invece il libro di Pierantozzi era “uno in diviso”)
La scrittura di Pierantozzi ha i guizzi di quella perentorietà laterale, poetica, tenera e labirintica e problematica che ha molta scrittura all' americana (ovviamente il modello anche dichiarato è David Foster Wallace, con definizioni e folgorazioni: “A San Benedetto del Tronto piove ma io non ci credo” - che tra l’altro mi richiama anche Marino Moretti, il poeta crepuscolare degli anni 30: “Piove, è mercoledì, sono a Cesena”) e appunto poesia, sparsa.
. Si abbassano i toni, poi improvvisamente si alza la temperatura emotiva: “ sono le tre di un'altro giorno di maggio di un anno in cui ogni mattina ho pensato di ammazzarmi”.
Ho letto in questi giorni un libro di Massimo Cacciari su VanGogh.
Ho l’impressione che Pierantozzi sia nella condizione di un pittore in crisi che alla fine ambisce a scrivere il saggio cacciariano su sé stesso, senza dipingere.
Invece noi vogliamo dal pittore che dipinga un paesaggio di abeti e di stelle ma lo faccia con quel modo che "limortaccisua", ti si ficca negli occhi, e non vogliamo dal pittore che si sostituisce al saggista della sua pittura.
Ci sono alcune parti in cui AP "fa il pittore": l’incontro con il ragazzo in palestra, la scena del geco nel video porno, il camion dei libri. Sul limite inevitabile del metaletterario è tutto il mondo post-scoperta dei dizionari, il più pittorico è l’ "apocalisse degli animali" i l capitolo centrale. Gustosa, sprazzo di realtà le paginette della lite con i balneari tamarri, ma restano un po' appese. Poi si torna dentro il tunnel di sé.
In ogni caso Pierantozzi alterna questi razzi verticali di scrittura, ma poi ritorna - e gran parte del libro è questo - sempre al proposito che aveva espresso nelle prime pagine: “essere preciso: nel raccontare questa storia devo solo attenermi al proposito di non inventare niente è da tempo che non mi sento più uno scrittore posso solo raccontare la melma dei giorni”.
Infatti c’è poca melma.
E dove c’è riemerge l o scrittore bravo che conoscevamo. Per la gran parte delle 200 pagine si incista su di sé, al massimo sposta tutto sul corpo (complice Lingiardi di “Corpo, umano” letto in presa diretta come in presa diretta diventa dichiaratamente il libro scritto nelal velocita di pochi mesi) in una infinita girandola di diagnosi e autodiagnosi.
Nel capitolo del “vedersi impazzire” Pierantozzi racconta di come non si guardi più allo specchio. DI essere “ridotto a puro tatto” e vedersi impazzire è “sentirsi tremare le gambe”. Pierantozzi argina questo facendosi “guardare dall’altro” – che è un mix tra disperato narcisismo e fondamento dell’etica - L’altro che lo guarda è la madre. Il rapporto con la madre è forse una chiave che andava sviluppata, fatta diventare allucinazione, come qua e là emerge.
Doveva prendere di più da Bernhard.
La sua lotta è però con la razionalità più che con la follia che vuole domare ma non cavalcare. Pierantozzi non si vede allo specchio ma alal fine sta sempre li davanti allo specchio ad occhi chiusi e si tasta. Invece dovrebbe aprirli sul paesaggio e dipingere. Essere più Zanzotto, che invidiare Lingiardi.
Scrive frasi come : “ è per una sovrabbondanza di logica che vado in tilt” riferendosi al fatto che la maggior parte delle persone non sa distinguere tra la disabilità psichica e quella intellettiva. Pierantozzi scrive libri, scrive articoli, ma poi – aggiunge – “non riesco a essere altrettanto disciplinato nell'essere io”. Si ferma al rapporto tra l'insorgenza della coscienza e la capacità di organizzare linguaggio. E’ disciplinato nel farlo come un bodybuilder. Scrive che sta sospeso in una “duplicità di vivere all'incrocio di due percezioni opposte del mondo” per cui “ogni mio ragionamento quando è molto sensato se ne va a rimorchio di un ragionamento erroneo che mi costringe a fughe continue”.
Ecco la fuga, o l’energia dell’errore – per dirla con una strepitosa formula di Victor Sklovskij – non produce però un testo-che-scardini, che ci scardini (è il sogno di ogni vecchio lettore) ma viene agito solo in alcune parti.
LA rivoluzione è nel suo corpo, forse i suoi trenta chili di muscoli, ma non è nella scrittura, se non a sprazzi. Pierantozzi scrive un libro disciplinato, nella sequenza di resoconto, in cui l’aspetto metareferenziale non diventano vocali deraglianti di Rimbaud, ma il referto, la cartella clinica. Romanzo-cartella clinica. Meta-referto. Alcune volte poi cede al mezzo-trash ( la scena della sega con pornhub + Valerio Magrelli, se volessi fare una battuta, esce fuori l’Abruzzese dandy, per non dire D’Annunzio, corretto da Almodovar, benché si percepisca la disperazione).
Lo stesso la scena primaria di mamma e papà che fanno sesso con la videocassetta: l’osceno-confessional non è la cosa più interessante, se non per il suo analista ovviamente, intendo dal punto di vista letterario).
Strano non citi mai un poeta che mi ricorda Pierantozzi, Alfonso Guida. Vabbè.
Bisogna meditare su cosa significhi per la letteratura di Pierantozzi e come spia di un “sintomo” attitudinale del contemporaneo – un ‘evoluzione dell’autofiction, che vorrebbe eliminare la fiction ma tenere “l’auto-qualcosa”.
Significativa la scena in cui Pierantozzi descrive il suo metodo per allucinazioni scritte, le verga sul foglio, innescate rirendendosi con un video-selfie dell’iPhone, per stimolarle (lui che ha paura degli specchi) ma resta alla descrizione. Cita Beckett, che è uno che costruito modìndi con le sue allucizioni, non ha detto “di avere allucinazioni”. “Lo Sbilico”, non sbilica granché (È molto più in “sbilico” Bolano).
Trattenuto dalle intenzioni di farsi la propria cartella clinica, insomma. Ma non va oltre questo continuare nel vortice intorno alle proprie ambivalenze tra dire “ho deragliato” senza deragliare .
MA qui il problema diventa generale, sintomo culturale, non di un solo libro, questo libro.
E’esemplare il "come" la malattia del personaggio “Alcide Pierantozzi” non sia altro che esperienza da dichiarare, come una carta di identità che ambisce ad essere riconosciuta, ma che non vuole sconvolgere la percezione altrui, e sta più dentro la normalità, qui la normalità del main stream stilistico prevalente, senza farci sobbalzare come promette (ed essere Dino Campana, per dire) più preoccupato di descrivere la propria esplosione che di fare il botto.

martedì 10 febbraio 2026

TERRA, KIOSK. Un'improvvisazione


 

Nessuna città più intorno. Tutta questa erezione.
 E poi l’aver bisogno di schiacciare bambine, loro. Tutto sa lo specchio.
Per questo qui è rifugio, qui. Kiosk.
Il crollo non ci sarà, un figlio di un muratore poi. E si passa direttamente al buio.
 buio colore nero intorno. L’orrore è buio, sempre. Commesso e subito. Nessun orrore riscatta l’orrore. Con violenza sì, giustiziamoli, ma sempre orrore, non ripagato.
Inoltre resta il cemento in piedi. Costruito da loro. Dai muratori padri.
L’inverno è bello, ma non viene. Debole gelo, si vedono sciamare farfalle avvelenate.
Non c’è crollo. Sopravvive il cemento dell’erezione, il ricordo dell’orrore.
E uno spazio piccolo. C’è la terra sotto i piedi, terra attorno.
Un posto di ristoro. Kiosk, fioriture, caffè turco.

La giustizia ristora? Terra non è nulla di buono né cattivo.
 Madri fanno mostri. Macchine pure. Mostri che sono maschi. Padri muratori, cemento. Invece: farfalle. Riconoscersi alieni come alieni.
Stare senz’ali, come parassiti di un grande animale che è il tempo.
Che si è spento. Resta solo lo spazio. Sparsi e spellàti. Ossetti, infilàti a collana.

Tutto è finito, qui, L’immenso precipita nel bicchierino di carta e nel caffè. Scalda le mani. Abolite le ore, anche i cardinali. Non ovest di niente, il no del nord.
C’è gelo. C’è clima. Ossa di facce. Cattura. Animali guardàti.
Vicini. Somiglianze. Animale maschio. Cattura. C’è già un destino,
 anche se fosse un pittore con la luce. Invece è la cattura. Passa l’intervallo.
Senza tempo, nessun intervallo, nessuna pace, nessun dopo.
E nessuna speranza, meglio così. Per la dissolvenza respirare è polvere.
 La prossimità di questa bestia : elogio dell’uguale. Somigliare è l’idea e il contrario dell’idea.
Infatti riconoscersi fonda il nemico. Senza nessuno, tutti nemici. Arrivano dal buio. Accoltellano.
Qui però sulla terra smangiata no, non c’è dove, né quando e quindi: perché morire?
Gli eretti sì. Seduti, flosci. Deboli, sconfitti. Immaginando di non morire, non si muore.
 Si estinguono i doveri, poi alla fine della giornata, seduti qui sotto una tenda trasparente, aspettiamo che il buio fiorisca, dopo aver cancellato la città, cancelli tutti quelli che sono. Solo un tremolio di lampadina, un piccolo suono, la luce gialla.
Una scritta  nessuno la sa leggere, nessuno c’è stato del resto.
Luce muta.

domenica 25 gennaio 2026

CAMERETTA VS ESSELUNGA: INVISIBILITA' DELLA TANA (con Petrarca e Kafka)

 

Stanotte ho fatto sogni così strani che mi sono svegliato verso le 05:30 ma non avevo nessuna voglia di appuntarli tanto erano complicati e mi sono riaddormentato per dimenticarli.
ieri sera prima di dormire ho visto il film “Persona” di Ingmar Bergman, ed era pieno di immagini oniriche - sembra un antesignano di David Lynch – è la storia di un'attrice che diventa improvvisamente muta, mentre sta recitando Elettra e viene ricoverata in una clinica molto nordica , linda e perfetta, ma come fosse ancora una camera mentale e in qualche modo una prigione.
Stamattina poi mi sono svegliato verso le 06:30 ho letto qualche inserto culturale , La Lettura e poi Tuttolbri, che apre su Boualem Sansal, lo scrittore algerino perseguitato dal governo del suo paese perché ritenuto un intellettuale scomodo, con la sua critica all'islamismo, che è recentemente diventato cittadino francese, liberato dalla prigione. Oggi viene intervistato su TTL da Cesare Martinetti - intervista che vi consiglio così come vi consiglio di leggere 2084 –
In questa intervista, una cosa che mi ha colpito del suo racconto della prigionia sono alcuni dettagli, magari meno gravi della prigionia in sé: mi colpiva il dettaglio delle sue domande che rivolgeva ai poliziotti, che lo interrogavano, senza risposte.
Mi colpivamo le lettere che lui - alto funzionario di Stato, prima che scrittore - aveva indirizzato scritto al presidente algerino ai ministri. Anche queste senza risposta.
Non avere risposta è una forma di prigione. Lo è anche in casi meno drammatici e quotidiani sebbene importanti perché a volte accade per lavoro: tipo, scrivi per chiedere una cosa ma nessuno ti risponde. Accade anche nella vita quotidiana scrivi all'amministrazione comunale, perfino a quella condominiale e nessuno ti risponde.
Così mi sono alzato sono andato nella mia camera-soggiorno ( nel piccolo bilocale dove abito ci sono solo due stanze in una dormo nell'altra vivo praticamente mangio e lavoro, nel senso che mi guadagno da vivere con il lavoro giornalistico spesso in remoto e poi faccio tutto il resto dei “lavori” che come tutti i “lavori culturali” sono pagati poco, ma anche niente.
(PS Io mi sforzo sempre di rispondere anche solo un no grazie mi dispiace non posso qualche volta mi sfuggono delle mail e mi accorgo di non aver dato risposta altre volte pochissime non so che dire questo effettivamente accade ma nella maggior parte dei casi rispondo)
Insomma, tornando a stamattina: ho guardato la camera- soggiorno e mi sono sentito in prigione. Aevo finito di lavorare alle 22 in casa poi ho guardato il film sempre nella stessa camera poi sono andato a dormire e quando mi sono svegliato per rientrare nella stessa cameretta ho sentito la prigionia.
“o cameretta che già fosti un porto/ alle gran tempeste mie diurne/ fonte se’ or di lagrime notturne/ ch’ ‘l dì celate per vergogna porto”.
Restano sempre attuali le parole questi versi di Francesco Petrarca ed è strano che scritti probabilmente nel 1326 negli anni del Canzoniere, siano così veri ed attuali 700 anni dopo.
Anche io come scrive più avanti nel sonoetto Petrarca , guardando la mia cameretta sentendomi in prigione ho cercato la gente “per mio rifugio” scrive Petrarca, impaurito di restare da solo. E sono uscito.
(PS: da Petrarca a Bergman sappiamo tutto della nostra anima della nostra psiche eppure rimaniamo sempre gli stessi).
(Bergman ha scritto persona e lo ha realizzato nel 1960 sono passati 60 anni e l'età di una persona. Elizabeth Vogler il personaggio interpretato magnificamente da Liv Ullmann, non parla con nessuno non vuole più parlare con nessuno. Non parlare: ogni tanto mi accorgo che passano due a volte tre giorni e non ho parlato con nessuno -magari ho scritto messaggi però non ho parlato certamente non ho parlato con nessuno in presenza di persona)
E allora, dicevo sono uscito.
Sono sceso verso la gente come Petrarca e sono andato a prendere un caffè al bad dell’Esselunga il mio “porto” ormai, il mio rifugio. E’ mattina presto c'è un cielo basso e grigio non piove più e c'è anche la nebbia, il mercato sotto casa sta aprendo, brillano solo le lampadine bianche, appese agli ombrelloni. Sembrano delle lampare in un mare grigio.
Intorno all'esselunga arrivano sparsi alcuni cosiddetti “invisibili”, senza dimora: c'è un uomo un
africano di una sessantina d'anni con lo zaino una piccola sedia, si sta togliendo la giacca pesante c'è un altro ragazzo alto, lo sento quando passa è straniero, parla da solo. Tira fuori dei pantaloni da un valigione e va a cambiarsi nel bagno dell’Esselunga - tutti questi invisibili sono qui per questo.
Anni fa, mi raccontavano le loro mappe dei servizi nella città, molti senza dimora: erano gli anni di quando me ne sono occupato come volontario. Poi ho smesso, c'erano delle ragioni di superficie diciamo di natura organizzativa e culturale politica forse di approccio umanitario, non condividevo più alcune scelte. Anche se amavo quella possibilità umana di incontro.
Ma come in tanti amori c’erano dei non detti. C'era anche un sottofondo inconscio, come in tutti lgi amori. E che riguarda proprio questa condizione di solitudine, di orfanità dal mondo e che tocca e toccava me, toccava corde profondissime. La sparizione è stato sempre un tema che mi ha stimolato coi suoi fantasmi con l'immaginazione dell'essere nessuno della rinuncia alla soggettività. Anche come poeta. Non scrivo più nelle poesie la parola “io”, ma come ne “La tana” di Kafka, qui in questi pezzi pubblici uso la prima persona.
Queste persone vaganti, senza fissa dimora, non parlano spesso rispondono poco non parlano con nessuno per evidenti motivi ma spesso quando anche chiedevamo loro qualcosa avevano ritrosia.
A proposito di non parlare più, ma su un altro piano: Ricordo una sera mandai, mentre ero uscito con l'unità dei volontari, un messaggio con una foto del pulmino a una persona con cui “l'amore” chiamiamolo così con la sua parola generale e generica, era stato un disastro una sconfitta su tutti i fronti. Scrissi in maniera un po’ enfatica “sto cercando di imparare ad amare”. Poi non è accaduto in realtà, c'è voluta molta analisi per capire meglio.
La persona a cui ho mandato il messaggio, anche lì, non ha risposto. Non ha risposto il giorno dopo, non ha risposto per giorni. Poi mi sono accorto che mi aveva bloccato dal telefono, da whatsapp dai social, solite cose.
Dopo qualche mese ho lasciato l'associazione di volontariato. Ancora sconfitte. Non ci sono state parole, mi sono rinchiuso in un silenzio. Il pozzo psicologico in cui ero entrato somigliava a una prigione.
Stavo sfiorando le possibili “vie d'uscita”, si potevo chiamarle anche così, ma era un'illusione - era in realtà una “via d'entrata”, dentro quella prigionia di labirinto, di tana. La stessa prigionia che diventa paradossalmente libertà nel non avere più dimora si è scelta naturalmente (perché gran parte in realtà non lo sceglie però anche chi non lo sceglie e si lascia in quella condizione non vuole tornare indietro una volta che è in strada).
non sono pochi quelli che pensano che in quella condizione non essendo più nessuno (o essendo quel “nessuno”) non essendo più “persona” possa aver lasciato indietro e abbandonato tutte le maschere che fanno “la persona” che siamo.
Come l'attrice di Bergman ha fatto abbandonando il teatro e abbandonando anche se stessa nel mutismo (ricordo che persona in latino vuol dire “Maschera teatrale” tra gli studiosi di etimologia si è concordi nel dire che potrebbe derivare dall'etrusco”phersu” che significa personaggio teatrale)-
Liberarsi della persona per Carl Gustav Jung significa mettersi finalmente in contatto con “l'ombra” lo stato più profondo, ma anche più autentico di noi stessi. Così stare nell'ombra restare invisibili e una seducente prospettiva di autenticità.
Comporta però il sacrificio di non parlare più e non soltanto anche non avere più risposte non avere più nessuno che ti parla. Stare così tanto all'aperto da far diventare il mondo una camera mentale, un teatro di illusioni da cui però standone fuori ci si libera. IN realtà si sta dentro. Tana/prigione.
Quando Franz Kafka sta per troncare ogni rapporto con la fidanzata Felice Bauer le scrive che non si può essere mai abbastanza soli quando si scrive, che non c'è mai troppo silenzio e le scrive di immaginare la vita che vorrebbe: cioè abitare nel locale più basso e interno di una cantina.
Avere qualcuno che ti porta da mangiare e la passeggiata tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangiare sarebbe l'unica passeggiata - Mi accorgo rileggendo questo passaggio che spesso durante il giorno anche per me c'è questo movimento tra il tavolo della scrittura e il tavolo dove mangio, anche perché poi coincidono.
Sappiamo come è finita tra Franz e Felice. Ci restano le lettere che lui scriveva a lei, ci restano anche delle memorie di lei.
Verso la fine della sua vita più di decennio dopo Kafka finalmente un po’ più sereno, nonostante sia malato, e grazie al rapporto che ha con la giovane Dora Diamant, scrive un racconto, uno dei suoi ultimi, intitolato “La tana”. Più o mento tra il 1923 e l’inizio del 1924.
Nella tana c'è la pace per l'animale protagonista del racconto. che parla insolitamente per Kafka in prima persona, c'è il silenzio e c'è il pieno controllo di questo spazio e lì l'animale sembra felice. Poi accade che sente un rumore, un fischio. Lo sente in qualunque posizione si metta. Lo infastidisce, lo angoscia questo rumore. Si chiede da dove arrivi se sia un tubo una fessura e poi immagina: “ e se fosse un nemico? Qualcuno dietro la porta?”.
la cosa curiosa è che anche io da un po di mesi sento un fischio, la mattina presto quando sono nel letto, quando dopo la sveglia verso le 6.00 resto sospeso tra la veglia e il sonno. Il fischio viene da fuori.
All’inizio aprivo la finestra per capire da dove venisse. Ero molto infastidito e angosciato da questo rumore. Tutti i rumori cosi mi angosciano, mi fanno rabbia. Tendevo l'orecchio per capire la direzione, ma mi sembrava “ovunque” come Dio, Un fischio divino. Poi un giorno per caso scendendo presto, mi sono accorto che veniva dalla cantina, dal basamento dalla cantina del mio palazzo : era la caldaia del mio condominio.
Così ho scritto all'amministratore ma non ha risposto. Ho scritto ancora e non ha risposto. Dovrò telefonare certo però un po’ mi spiace rompere questa piccola sospensione kafkiana.
Come lo scrittore praghese - è l'unica cosa che ci accomuna - anche io odio massimamente qualsiasi rumore che disturbi l'equilibrio o di un silenzio o di una situazione sospesa il peggio di me lo do al cinema quando zittisco i parlatori e i masticatori.
Poco prima di conoscere Dora, Kafka aveva scritto a Max Brod nel 1922: “Se non scrivo è perché non ho fiducia nelle parole scrive Kafka nella lettera voglio condividere il mio cuore con le persone non con dei fantasmi che giocano con le parole”.
Poi conoscerà Dora dopo pochi mesi e con lei sentirà possibile quell'apertura e la condivisione del cuore.
Lui ha quarant'anni lei 24, fanno sogni pazzi tipici degli innamorati vogliono partire per la Palestina. Dora e un'esperta di Talmud, è sionista come anche Kafka. Vogliono aprire un ristorante. Dora è negata per la cucina e addirittura Kafka dice che farà il cameriere. Possiamo imamginaro, dinoccolato alto e impacciato come era. Quasi un Buster Keaton.
Non accadrà: Kafka si aggrava e muore tra le braccia di Dora nel giugno del 1924. Insieme e per volontà di Kafka, avevano bruciato in un secchio alcuni racconti dello scrittore.
È molto nota la storia del Kafka che scrive a Max Brod chiedendo di bruciare gli inediti. Brod non lo farà e nemmeno Dora, quel racconto “la tana” si salva e si salva anche l'ultimo “Giuseppina la cantante”. Sappiamo questo perché Dora vivrà fino al 1952, in parte in Israele poi sarà sepolta a Londra - tuttavia le lettere che si scrissero in quel periodo come altre carte vennero sequestrate dalla Gestapo e probabilmente distrutte.
Secondo Pietro Citati l'animale del racconto “la tana” è una “perfida auto caricatura” di Kafka stesso, che si ritrae dunque come “ celibe egoista, astuto, vorace, misantropo, narcisista”.
E che sempre secondo citati aveva costruito questa idea del racconto “la tana” già ai tempi di felice si era costruita “la tana”. Il titolo tedesco è “Der Bau” – e cosa curiosa e che “Bauer” il cognome di Felice porta questa parola nella radice.
Altrettanto singolare, Walter Gropius in Germania, dove pure Kafka ora abitava, in quei primi anni 20 stava fondando la “Bauhaus “ nome che deriva dal tedesco medievale “ bauHutte” che significa capanna dei muratori. Cioè coloro che costruiscono la tua bella e grande” casa” sono però costretti a vivere in una capanna. Mi sembra già anche questa una metafora kafkiana.
Sempre secondo Citati “La tana” ha il significato della divisione netta che c'era in Kafka tra mondo interno e mondo esterno : “fuori dalla tana sta il tempo finito, dentro la tana quello infinito. Fuori dalla tana c'è la luce, dentro la tana le tenebre, la sola cosa che l'animale del racconto e Kafka medesimo vogliono esplorare” scrive Citati.
Ancora l'ombra la verità l'autenticità che si trova dove non si è visti là dove si può sparire.
Scrivendo “La tana” però e nonostante l'amore di Dora e per Dora sia sincero e vero, e nonostante quel che scrisse a Brod, di non voler più praticare la scrittura, Kafka scrisse ancora e proprio questo racconto. Che è uno dei suoi ultimi, non finito.
In un passaggio, dando voce all'animale, Kafka sembra descrivere la sua condanna definitiva: rimanere con i fantasmi, esplorare le tenebre, condanna che chiunque voglia scrivere davvero non può che fare propria, non può che desiderare d’averla già-scritta. con la punta di un coltello, sulla schiena, e sentendo il dolore della scrittura-ferita. Non potendone leggere le parole e pure eseguendo la condanna, diventando giudice di sé stessi. Anche rinunciando all’Io. Forse proprio rinunciando.
In un passaggio de “La tana” l’animale-Kafka scrive:
“ho il privilegio non solo di vedere fantasmi notturni nell'impotenza del sonno ma di affrontarli nella realtà con tutto il vigore della veglia e con pacata facoltà di giudizio”.

martedì 30 dicembre 2025

TROPPO ANGELICO ORMAI PER LA NOSTRA POST UMANITA' (Firzenze, Palazzo Strozzi, Mostra "Beato Angelico")


Guardando la mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, con i quadri di Beato Angelico ho avuto una strana sensazione, più intuitiva che critica. Del resto non so quasi nulla di concreto del frate-pittore, se non le poche cose che si sanno andando per musei.
 Avevo l'impressione però che fossimo tutti appartenenti a un altro mondo, noi spettatori, osservatori, visitatori della mostra. Non c'entra soltanto il fatto che fosse affollata, dentro un palazzo Strozzi che è inadeguato per  mostre di questo genere -  si accumulano quadri troppo vicini, in stanze piccole,  ci si ostina a volerle fare in sedi non adeguate, del resto abbiamo dei musei che sono essi stessi “da museo” (e non abbiamo i Pinault, che restaurano acquistano ex-edifici pubblici per farci sedi di mostre – noi abbiamo le Poste le abbaimo vendute a Starbucks – stessa inadeguatezza per la mostra di Caravaggio a palazzo Barberini)
Ma al di là di questo, al di là dell’overbooking e overtourism, al di là del fatto eravamo tutti da “aldilà” (l’80% over 60, di cui quasi tutti intorno agli 80 anni, i pochi al di sotto dei 60 e anche lì maturi, max  quarantenni) )  ma anche per questo perché la sensazione della vecchiaia dava l’idea che fossimo tutti una post- umanità di transizione, gente che slittava tra la vita e la morte. E non era soltanto perché per arrivarci bisognava attraversare quel chilometro da Santa Maria Novella dove Firenze non c'è più, ormai è completamente avvolta da una nube tossica di umani affollati, ho incontrato una comitiva di americani, forse venivano dalle crociere. Ma non esagero, saranno Stati 1000, 1000 in una sola colonna con le guide tutti compatti come una manifestazione, di americani, appunto, che già da soli la gran parte di loro occupava ognuno lo spazio di due persone. E di fronte alle eteree figure di Beato Angelico..
Ma non era soltanto questo, e forse era anche questo, la sensazione era che noi fossimo una umanità post storica. Non solo di un'altra epoca rispetto a Beato Angelico, al 400 fiorentino, che è evidente, ma non più in grado di poterne apprezzare la bellezza. Ma lo dico per primo, non perché mi senta snob verso gli altri. C’era anche qualche simpatico professore che spiegava alle teste bianche intono a lui ui tanti significati stratificati, si si possono sapere , ma non si possono più introiettare e intuire come ancora nostri.
Il ceto medio riflessivo, che diciamo “sopravvive” in tutti i sensi. Si attacca alla vita. Ma non è per questo, lo direi se anche alla mostra fossi stato da solo, anche se vicino a me ci fosse stato di Didi-Hubermann, a spiegarmi Beato Angelico, perché una volta spiegato mi sarebbe stato impossibile capire. E penso riguardi tutti, Lo capivi da come interagivano, come se fosse una mostra qualsiasi (ho scoperto che gli anziani con i cellulari che fanno foto a manetta,  sono molto più molesti dei quindicenni) Ci è impossibile entrare in sintonia con un'umanità come quella del Beato Angelico, un sapere, una concezione della materia pittorica. Fino all'altro ieri abbiamo pensato, sperato, ci siamo illusi di avere le radici in quell'oro, in quel rosa, in quei colori. E in quella posa di luce che veniva da un altro mondo, in senso anche planetario, è come se venisse veramente da un altro pianeta. Ho avuto la sensazione di fronte ai quadri di Beato Angelico e di essere io l'alieno che apre il Voyager e dentro ci trova il disegno di Leonardo da Vinci. Come se mi trovassi di fronte da Alieno a un codice di alieni,  distanze irrevocabile ormai, in cui non possiamo neanche illuderci di aver visto il nostro grande passato. Peggio ancora se ci illudiamo di aver visto in mostra il nostro grande passato “europeo”. Proprio il fatto di vederlo tutti assieme, questa specie di RSA dell'anima in gita culturale, morente. Mi ha dato proprio quella sensazione. Definitiva finitudine della nostra cultura. Che ammutolisce, certo di fronte a tanta bellezza. Ma ammutolisce perché non ha più i codici per poter capire intimamente quella stessa bellezza. Non perché inesperta o ignorante. Perché ormai siamo un altro pianeta. E’ una questione che ha anche fare con la metafisica più che con l’overtourism, anche se il secondo dipende dalla fine della prima.



mercoledì 17 dicembre 2025

TEATRO, PREMI UBU E UNA MOLTO BUONA ANNATA, SPESSO OTTIMA. (Nonostante difficoltà, tagli e incapacità istituzionali)

 


Il teatro gode di ottima salute creativa, per affrontare il mare in tempesta di risorse economiche ridotte e di una costante avversione istituzionale nei confronti del mondo della cultura. Lo dimostra la serata finale dei Premi Ubu per Franco Quadri, per le migliori realizzazioni in tutti i settori della produzione e invenzione teatrale. Qualità, ricchezza plurale di moltissime candidature oltre che dei premiati.
I settantasette referendari – tra cui è anche chi scrive – hanno portato rose di candidati che si sono contesi, spesso per pochi voti, il premio finale (è stato spesso difficile decidere ). È un buon segno, in fondo.
ho messo i link ai pezzi che ho scritto, metto dove ci sono anche le date prossime. Approfittate, è stata una buona annata.

Ha vinto come migliore spettacolo italiano  A place of safety del collettivo Kepler 452, ideato scritto (con candidatura al miglior testo) e diretto da Nicola Borghesi ed Enrico Baraldi, frutto di una esperienza a bordo di una nave di soccorso con Emergency e Sea-Watch portando in scena operatori e volontari con i loro racconti. Lo spettacolo sarà dal 27 dicembre fino all’11 gennaio 2026 sarà al Piccolo Teatro di Milano. Poi dal 5 all'8 marzo a Blogna Arena del Sole. 
Molto valido anche l’altro spettacolo candidato al premio principale,  La vegetariana,  che ha vinto anche per la  “Migliore scenografia” a Daniele Spanò e il “Miglior disegno luci” a Giulia Pastore. La regia è di Daria Deflorian (candidata in questa categoria)  che ha adattato – insieme a Francesca Marciano – il romanzo di Hang Kang . La vegetariana sarà a Milano: 10-19 aprile 2026 (Piccolo Teatro di Milano).Cesena: 28-29 aprile 2026 (Teatro Bonci).Roma: 19-24 maggio 2026 (Teatro Vascello).

La riscrittura drammaturgica del romanzo della premio Nobel coreana era in lizza per la nuova categoria di premi, per “Miglior testo non originale” (dedicato a riscritture e/o adattamenti, vista la presenza di molti spettacoli tratti da opere narrative) che è andato  a “Altri Libertini” dai racconti di Per Vittorio Tondelli con la regia di Licia Lanera. Sarà a torino al T Gobetti Dal 10/02/2026 al 15/02/2026 - di Tondelli bisognerà parlare ancora in questo paese che dimentica troppo in fretta i suoi grandi autori.

Candidato a miglior spettacolo era anche Capitolo Due di Neil Simon, raffinato e originale nel ridefinire l’uso del comico, grazie a una regia sapiente di Massimiliano Civica che ha vinto l’Ubu per la “Migliore regia”. Teatro Fabbricone di Prato (19-22 febbraio 2026) e al Teatro Bonci di Cesena (21-22 marzo 2026)

Personalmente non seguo molto la danza, per una scelta di competenze ed economia di tempo, pur apprezzando alcune opere, quando sono capaci di ibridare molti teatro, danza e altri linguaggi artistici. E tra questi c’è sicuramente “Asteroide” di e con Marco D’Agostin, che intreccia amori, catastrofi, dinosauri estinzione e scienza un impossibile musical. One man show per uno dei grandi talenti della performance italiana. 12 marzo 2026, Teatro Camploy, Verona (IT), 26 marzo Teatro della Tosse, Genova , 10 maggio Teatro Palladium, Roma (IT), 16 maggio CSS, Udine.
Se tra gli attori candidati c’erano due ottimi interpreti, che sanno mostrare versatilità e raffinatezza come Aldo Ottobrino (per Capitolo Due) e Gabriele Portoghese (per La vegetariana) ha vinto come miglior attore Davide Enia con il suo “Autoritratto” , aggiudicandosi anche il premio per “Miglior testo italiano”, che – come nella forma di teatro-narrazione a cui ci ha abituato Enia – è un potente e toccate racconto dei giorni in cui l’autore adolescente viveva la stagione della guerra di mafia e dei quotidiani omicidi a Palermo,  negli anni ’80 e che portarono poi agli attentati a Falcone e Borsellino. Savona (SV) Chiabrera06/02/2026;  Faenza (RA)Masini 10/03/2026;  Firenze (FI)  Di Rifredi Dal 12/03/2026 al 13/03/2026;  Pontedera (PI)  Era Dal 14/03/2026 al 15/03/2026;  Monza (MB)  Manzoni 20/03/2026;  Napoli (NA)  San FerdinandoDal 25/03/2026 al 29/03/2026

Va detto che sicuramente la scorsa stagione ha visto protagoniste molte attrici e di grandissimo valore, lo testimonia il fatto che la candidature erano quattro, per via di exequo. Brave Sonia Bergamasco (con Elettra), Giuliana De Sio (Cose che so essere vere) e Monica Piseddu (per La vegetariana) ma questo sembra essere il momento magico di Valentina Picello premiata per le interpretazioni di “Anna Cappelli” di A. Ruccello e “La gatta sul tetto che scotta” di T. Williams, apprezzato anche per la regia di Leonardo Lidi, anche egli tra i candidati per questa categoria (Picello è protagonista anceh di “Madri” testo finalista a questi Ubu e scritto da uno dei migliori tra i nuovi drammaturghi taliani, Diego Pleuteri.
“la gatta” sarà : Bari,  Piccinni Dal 17/12/2025 al 21/12/2025;  Trieste (TS)  Politeama Dal 08/01/2026 al 11/01/2026;  Bolzano (BZ)  Comunale Dal 22/01/2026 al 25/01/2026;  Prato (PO)  Metastasio Dal 29/01/2026 al 01/02/2026 ; Reggio Emilia  Ariosto Dal 03/02/2026 al 4/02/2026;  Pordenone  Verdi Dal 06/02/2026 al 08/02/2026 ; Milano  Franco Parenti - Dal 10/02/2026 al 15/02/2026

 Invece il testo,  interpretato (ottimamente) da De Sio, “Things I Know to Be True”  dell’australiano Andrew Bovell ha ricevuto il premio come “Nuovo testo straniero”, in quanto messo in scena da compagnie o artisti italiani (in questo caso con regia e interpretazione di Valerio Binasco). Bovell è un grande autore contemporaneo e sarà presto con un nuovo testo sulle scene italiane.


Per i giovani under 35, la migliore attrice/performer 2025 è Francesca Astrei, mentre il miglior attore/performer è Pietro Giannini, che alle dotti interpretative unisce una solida capacità di scrittura, dimostrata per il suo “La traiettoria calante” un assolo di teatro civile e narrativo che ricostruisce la tragedia del crollo del ponte Morandi, a Genova, città natale di Giannini. Complimenti a loro, anche ai candidati , sono il futuro: Alfonso De Vreese, Niccolò Fettarappa, Giulia Heathfield Di Renzi, Evelina Rosselli (brevissima in "Sdisorè" di Testori, a Maggio al Teatro Fonda di Milano) 

Difficile la scelta per il miglior spettacolo straniero visto in Italia tra “Changes” del tedesco Thomas Ostermeier, che ha vinto, “Lacrima” delal francese Caroline Guiela Nguyen e “Parallax” dell’ungherese Kornél Mundruczó.  Ostermeier sarà a gennaio a Roma all’argentina con il recente “il granchio” da Ibsen 23 e 24 gennaio. Nguyen sarà con il nuovo lavoro “Valentina” al Piccolo di Milano a Maggio.

Infine premi per il “Miglior disegno sonoro” a Vanni Crociani, Giuseppe Franchellucci, Massimo Marches, Mario Perrotta (“Nel blu. Avere tra le braccia tanta felicità” spettacolo su Domenico Modugno e premi speciali a Teatro Akropolis, Mimmo Borrelli, Teatri di Vetro, Teatro dei Venti, Motus mentre il premio “Franco Quadri” assegnato dal direttivo Ubu è andato a Roberta Carlotto e alla rapper e poetessa inglese Kae Tempest, che vedremo. Di lei avevo scritto diverse volte negli anni Dieci, qui un pezzo del 2018 su Robinson https://www.repubblica.it/robinson/2018/09/05/news/kate_tempest_libro_resta_te_stessa-205673751/



Ultimo ma non ultimo, il premio alla carriera a Pippo DelBono regista, autore e attore, CON una ricerca pluridecennale di poesia e spiritualità, col suo teatro apprezzato in tutta Europa, con la sua originalità di scrittura, capace di creare immagini altamente simboliche mescolate a un radicamento alla vita vera (e per decenni insieme all’amico attore e sodale di vita “Bobo” scomparso un anno fa e a cui è dedicato un film appena uscito). Vita e arte che vanno assieme. . Avevo scritto de “Il risveglio” lo scorso anno



TUTTI I PREMIATI 



venerdì 5 dicembre 2025

TUTTO QUELLO CHE RESTA, NON E' (Appunti su "tutto quello che è un uomo" di David Szalay, Adelphi)

 


C'è qualcosa di comico e di assurdo nel fatto che in un'epoca in cui uno dei principali soggetti sotto accusa (CON TANTISSIME RAGIONI SIA CHIARO) è il “maschio bianco etero, occidentale soprattutto europeo”, identità raggiunta da una raffica di condanne che precipitano nel vortice tra accuse generali e le sentenze individuali, che nella sia singolarità riguardano ogni maschio (“ti sei preso il pezzo di toast con il tovagliolo, per primo”) e che ogni “maschio bianco etero occidentale soprattutto europeo” si vede spesso pronunciare davanti, davanti al lui medesimo, proprio a lui singolo maschio, etero, bianco occidentale, soprattutto europeo, nella singolarità eppure:
eppure il romanzo più importante di questo passaggio d’epoca sia proprio un grande romanzo europeo del 2016 che racconta in modo implacabile cosa sia la decadenza di un maschio bianco occidentale etero, europeo., più evidente forse adesso che allora.
Non solo, nessun romanzo, con nessun soggetto altr* sembra ad oggi al pari di questo libro: “Tutto quello che è un uomo” di David Szalay pubblicto nel 2017 da Adelphi, e che ho letto solo ora, dopo averlo pensato per tutto questo tempo, perché dopo questo libro già premiato e finalista in vari premi, è arrivata la recente pubblicazione di “Nella carne” che ha vinto il Booker Prize 2025 e che ora leggerò, senza aspettare.
L’ho finito e penso che “Tutto quello che è un uomo” sia, tra i non molti dei libri degli ultimi anni, un libro che ti resta adosso con tutto quello che resta.
Un libro-para-romanzo, in cui i personaggi sono memorabili, questi Nove uomini maschi etero occidentali europei, che in realtà sono lo stesso (generale) uomo e sono tutti noi (me compreso) nella sua singolarità. Nove racconti (che collegati tra loro fanno un “para-romanzo”): potere della letteratura vera, perché questo è un libro anche sulla letteratura “postrema”.
Sia chiaro nessun orgoglio è possibile, e nessuno può tra noi maschi bianchi etero occidentali anche di una certa età, sbandierare questo libro con identificazione, perché se l'identificazione c'è, essa è pure enorme e al tempo sconquassante, nel suo essere una “non- epica” della vergogna, non-epica della sottrazione.
L'unico che può rivendicare con orgoglio tra noi maschi bianchi etero occidentali in particolare europei è solo David Szalay per averlo scritto.
Può rivendicarlo perché egli è l'autore di un libro , in mezzo a tanta letteratura "a tema", in cui ciò che conta è la "forma" e la struttura di una narrazione e il suo linguaggio, in mezzo a troppi libri che si areano al solo soggetto, alla storia.
Questo è un grande romanzo europeo, perché ritrova le sue caratteristiche per le quali abbiamo amato la letteratura occidentale del ‘900, è un libro che sta sul versante del “non”, di questa particella prepositiva e privativa, che possiamo premettere a tutte le caratteristiche di quella grande letteratura. E pur vero che il versante del negativo è stato proprio il grande terreno dell' “epica immobile” di una paralisi che è cominciata con un Mr. Bloom che vagava a Dublino in un giorno di Marzo.
non ci sarebbe questo romanzo se non ci fosse da un lato la grande letteratura eurpea e inglese, ma soprattutto quella modernista da Joyce a Beckett e Pinter ma anche una certa ironia orientale dell'oriente dell’Europa dell'oltre, mi viene in mente Ionesco tanto per stare nel territorio dell'assurdo, di quel che chiamiamo assurdo ma che è diventato in realtà il normale il naturale perché era giudicato tale, cioè, assurdo in un'epoca in cui ci si credeva ancora ottocenteschi.
i personaggi di Szalay vagano come sonnambuli in una Europa che è diventato un territorio al tempo stesso piatto anonimo grigio nuvoloso deprimente e al tempo stesso e forse però anche per questo, un territorio votato quasi solo alla deambulazione turistica di zombies del divertimento a tutti i costi (Pensa a divertirti) un divertimento che si traduce in un trash del miserevole, dell'ordinario, del decadente, dello squallido.
C'è tantissimo squallore in questa Europa che va da Londra alla Croazia all'Italia, a Cipro passando per la Francia, Le Alpi , sullo sfondo l’ Ungheria. Già l’ungheria: Casualità 2025: Preno Nobel all’ungherese László Krasznahorkai (1954) e Booker prize a David Szalay anglo-canadese, di padre ungherese emigrato nato nel 1974.
Ungheria superstar in letteratura, proprio mentre lUngheria di Orban sta mostrando la sua volontà ferma di uscire dall’EUROPA e di rientrare nell'orbita culturale, ma generica artefatta artificiosa e midcult del “russimo” non paga di aver sofferto lo stalinismo.
(sto leggendo anche “Farsi male” di Lingiardi,ecco agli ungheresi il “Premio masochismo 2025” )

*******************************  da qui riprende da Facebook *******

 che se poi Orban volesse far suo lo slogan di Trump “make Ungheria Great again”  dovrebbe esaltare l'impero austroungarico e tutta quella cultura e letteratura che oggi condannerebbe proprio Orban come una orribile marionetta, come quelle del teatro di Tadeus Kantor, o come i protagonisti di “Le sedie” di Ionesco, tanto epr stare in area “europa orientale”. Strano che Szalay si sia fermato a vivere in Ungheria, quando ha mollato i suoi lavori con grandi aziende e ha deciso di scrivere. MA forse era un buon punto di osservazione  per poter raccontare la miseria del maschilismo europeo,  la povertà quasi pietosa di questa parabola di decadenza dico Europa ma non c'è l'Europa o meglio nel suo non- esserci. nel suo “non essere più l'Europa”  sta il suo “essere L'Europa di oggi per come la ritrae Szalay. L’Eurpa come ammasso di noi, “i particelle elementari” per dirla con il romanzo di Houellebecq, che mi sembra un modello imprescindibile come scrittura per Szalay, che si colloca in quella eredità della disfatta, eredità del dissolvimento di tutte le “illusioni della libertà” della individualità come possesso della propria vita, e con esseri umani maschi etero occidentali che precipitano.

Sono personaggi che spesso nemmeno la ricordano però quell’Europa, adesempio i ragazzi dell’apertura del libro Simon e Ferdinand, non ricordano “l’Europa del Muro” mentre approdano a Berlino sedicenni, non sanno nulla del muro però ricordano Eliot il suo Aprile crudele, il suo “melodioso pessimismo”.

Come loro in “Tutto quello che è un uomo” i  personaggi son “senza un dove”,  senza un dove vorrei essere, senza  un’Europa ridotta a cartoline sbiadite,  a percezioni di un vissuto degenerato, esperito tra i 16 e i  73 anni, con un’unica domanda “che cosa ci faccio qui?” che è una domanda che fu di un di un grande sognatore europeo Bruce Chatwin, che vagava per il mondo nomade, forse con quel tanto di inevitabilmente attitudine esotista, o coloniale, si direbbe oggi, ma che era il tempo stesso il sogno di un progresso, di un'espansione vitale (mentre L'Europa del maschio depresso che piomba nel proprio inghiottimento privativo è proprio l'Europa che ha assorbito in sé, fino a farsi crocifissione,  quell'accusa di soggettivismo, forse superomismo espanso)

L'Europa appare ora a Ferdinand e Simon e i due sedicenni a Berlino come una sequenza di statue bianche di pietra come le vedono in un monumento, che fanno un po’ tutto: molestano donne lottano scrutano l'orizzonte, ma ciascuno congelato in un “gesto di smania oscura”.

E tuttavia in quella smania c'era il bene e c'era il male, ora c’è solo un moto perpeturo e circolare, a vuoto, che anima questo movimento disperso di sonnambuli e zombie in Europa ed è “ pensate a divertirvi”, il motto degli anni ’90 invecchiati mle : “Have fun”

L'Europa come appare sul lugubre Ponte Carlo di Praga,  con le statue annerite e i turisti ciabattoni che si agitano e con Simon che sentenzia che “quel posto è una Disneyland senz'anima” e “ come fa un turista a essere felice sempre a girare sempre senza niente da fare è alla ricerca di qualcosa”.

 ma questa condizione di turisti non è solo la condizione di chi è in vacanza ma è la condizione di chi è “vacante” tutto il tempo, e quel vuoto compone queste brevi vite infelici di turisti della storia.
“Tutto quello che è un uomo” libro fatto di racconti in cui quello che predomina è proprio la struttura della sottrazione, la capacità di saper far parlare il” non detto” nella scrittura,  in questa mancanza in questa frattura e ferita del linguaggio,  in questo impoverimento trasparente, in questo neutro.


Un “neutro” mortale che sta intorno a ciò che è scritto, che non è bianco è semplicemente neutro: c'è la forza stilistica di questo romanzo la sua capacità di comporre con il niente quel qualcosa che continua ad essere la letteratura, come se da questo ungherese di seconda generazione cresciuto nel cuore di un impero che stava decadendo, e nel suo decadere pensò nene di uscire dall’Europa, come ha fatto appunto la Gran Bretagna in cui è cresciuto Szalay,  come se questo non-europeo che non ha un suo dove né in Canada, né in Gran Bretagna né in quell’Ungheria da dove viene suo padre,  che vive un triste passaggio tra la dittatura durante il 900 e l'autoritarismo del ventunesimo secolo diventando quasi un modello mondiale di questa deriva, ci dicesse qualcosa di questa “gloriosa povertà”,  di questa epica della privazione che stiamo vivendo e che Szalay racconta,  in cui in un contesto così bruciato povero di cultura così povero di profondità, con i personaggi che dicono quasi sempre il più delle volte “Okay”  che appunto l'imitazione grottesca del “sì” di Molly Bloom e di Nietzsche,  è come se ci stesse dicendo che quello che ci è rimasto è la cosa più alta, il bene più prezioso dell’Europa e al tempo stesso il più inutile: la letteratura

Che è una cosa che del resto sapevano anche i suoi antenati scrittori i suoi antenati di riferimento, come quel Kafka altro predecessore a cui Szalay  sicuramente guarda e che ci ricorda come “ci sia speranza ma non per noi” il che non significa, come in Leopardi un senso disperato e di negatività infinita ma definita nell’esserci, unica cosa che abbiamo.

Nella “non speranza”  ciò che “resta” è ciò che scorre il grande patrimonio dell'umanità e la sua capacità di percepire che quello che resta è quello che è qui,  fosse anche solo pura materia.
In realtà la materia di cui è fatto “l'uomo” tutto quello che è un uomo è il tempo, che però non esiste se non nella eterna percezione di un impermanenza. Ma proprio il fatto di finire in ogni momento è ciò che “non finisce mai”, e  fosse anche questo “mai” (cosa familiare appunto a Kafka)  una pena infinita, una “condanna”.

Ci dobbiamo collocare dentro questi paradossi così come la nostra materia infinitamente piccola, nelle particelle,  si colloca nei paradossi della fisica quantistica che ci ricorda il nostro essere qualcosa e al tempo stesso non esserlo,  che è proprio della cosa osservata così come dello sguardo dell'osservante. Noi, io, maschio etero biuanco europeo occidentale, di una certa età.

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